venerdì 10 novembre 2017

Università di Padova, Aula Magna, 9 novembre 1943



di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale




Il 9 novembre 1943, in occasione dell’apertura dell’Anno accademico, Concetto Marchesi lancia agli studenti dell’Ateneo di Padova e a tutti i giovani italiani un appello a prendere le armi contro il fascismo e contro l’oppressione nazista (da leggere, oggi più che mai!). Un gesto senza precedenti, che avrà un’enorme risonanza in tutte le Università dell’Italia occupata. 

Fra i giovani che ascoltano Marchesi si riconosce un giovanissimo Bruno Trentin, che anni dopo così ricorderà l’accaduto:

“Un episodio che mi ha molto colpito e mi ha segnato per un lungo periodo, come giovane francese arrivato in un paese per me ancora sconosciuto come l’Italia, è stato l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Padova nel novembre del 1943; io ero già nella clandestinità con mio padre, quindi siamo arrivati all’Università mischiandoci fra gli studenti, ma evitando proprio di figurare in qualche modo, dato che l’ateneo era pieno di poliziotti e poi c’era un gruppo di fascisti molto bellicosi. Ricordo questa cerimonia abbastanza strana per uno come me perché sopravvivevano ancora dei riti nell’Università di Padova anche nel vestire degli uscieri, naturalmente dei docenti, del senato accademico, dei presidi e dei rettori, che davano veramente l’impressione di una storia di altri tempi. Poco prima che iniziasse la cerimonia questo drappello di fascisti, oramai della Repubblica di Salò, giovani universitari che avevano ricostituito un gruppo di avanguardisti, hanno occupato il palco e hanno cercato di arringare la folla degli studenti, praticamente con un appello ad arruolarsi nelle truppe della Repubblica sociale italiana; ci fu una reazione nella folla degli studenti che fischiarono questa intrusione dei fascisti in una cerimonia così austera e impegnativa. Cominciarono però le minacce da parte di questo gruppo di fascisti che si era messo davanti al palco con atteggiamenti molto aggressivi, gli stessi poliziotti in borghese che giravano fra gli studenti cominciarono ad intervenire per sedare un po’ questo tumulto, ed è in quel momento che, in modo molto teatrale, con un usciere con l’alabarda che si è presentato sul palco battendo tre colpi, è entrato il senato accademico dell’Università di Padova; e in  mezzo ai docenti, ai presidi, si è avanzato un piccolo uomo col mantello di ermellino: era Concetto Marchesi, che si diresse direttamente verso il palco dove parlava il capo di questo manipolo di fascisti,  lo prese per la collottola e lo buttò giù dal palco letteralmente di  fronte allo stupore attonito degli altri fascisti e di fronte all’ammirazione e all’entusiasmo di questa folla di studenti che aspettavano un  segno. Dopo pochi minuti Marchesi cominciò il suo discorso di  inaugurazione dell’anno accademico e lo cominciò in nome del popolo lavoratore: «Inauguro l’anno accademico 1943-44… sviluppando poi il discorso sul ruolo del lavoro nella civiltà e sulla indissociabilità tra lavoro e libertà”.

All’Università di Padova Bruno si laureerà in Giurisprudenza il 16 ottobre 1949, nell’Istituto di Filosofia del diritto di Norberto Bobbio con la tesi «La funzione delgiudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all’esperienza giuridica americana)». Relatore Enrico Opocher, sostituto di Bobbio da poco andato a Torino. 

La stessa Università gli conferirà il 13 settembre 2002 la Laura Honoris causa in Economia (LEGGI IL DISCORSO DI BRUNO TRENTIN).

PER SAPERNE DI PIU’:

giovedì 2 novembre 2017

Via le truppe italiane dalla Spagna, di Ilaria Romeo


Nel marzo 1937 sul campo di Guadalajara gli italiani si fronteggiano in Spagna su due fronti opposti: le forze della Seconda Repubblica Spagnola e delle Brigate Internazionali da una parte, i nazionalisti di Franco della Divisìon Soria affiancati al Corpo Truppe volontarie italiane dall’altra. 

Scrive Giuseppe Di Vittorio (Nicoletti), commissario politico della XI Brigata internazionale su «l’Unità» (a. IV, n. 4):

“E’ l’ora di agire! Come é stato pubblicato su tutta la stampa estera, e come la stessa stampa fascista ha implicitamente riconosciuto, quando ha dichiarato che le divisioni operanti sul Guadalajara erano quelle stesse che avevano occupato Malaga, l’attacco fascista sul Guadalajara è stato scatenato unicamente dalle divisioni dell’esercito regolare italiano, potentemente armate e munite di quell’attributo della «civiltà» fascista che è rappresentato dalle brigate speciali di gas e d’iprite! Ancora una volta, dunque, Mussolini ha calpestato cinicamente tutti i trattati, tutte le leggi internazionali, tutti i patti di non intervento che portano la sua firma, ed ha posto l’Europa di fronte al fatto brutale della guerra. Perché è di questo che si tratta: un imponente corpo d’armata dell’Italia fascista, membro del Consiglio della Società delle Nazioni, ha invaso la Spagna e conduce una guerra di sterminio e di conquista sul suo territorio, la cui integrità è garantita dalla stessa base costitutiva della Società delle Nazioni. Questa è la più grave aggressione guerresca compiuta in Europa dopo la grande guerra. E’ giunta l’ora di agire con prontezza e col massimo vigore, specialmente per noi, per le masse popolari italiane, per tutti gli italiani liberi che intendano concorrere a salvare - con la pace del mondo - l’onore e i veri interessi nazionali del nostro paese. L’aggressione di Mussolini contro la Repubblica spagnola è un nuovo tradimento contro l’Italia, perché può provocare una nuova guerra europea, esponendo il nostro popolo all’isolamento e alla catastrofe. Quest’aggressione disonora l’Italia, presentandola come spergiura, rinnegatrice delle sue firme, violatrice di tutti i trattati, fomentatrice di guerra. Quest’aggressione umilia ed offende il popolo italiano, il popolo di Garibaldi, costringendo i suoi figli soldati a compiere la funzione spregevole di carnefici mercenari del popolo spagnolo, di un popolo fratello che lotta con tanto eroismo per la libertà propria e del mondo. Il popolo italiano non può accettare, non può subire questo tradimento e questo disonore per il nostro paese. Tocca a tutte le organizzazioni antifasciste, a tutti gli esponenti dell’opinione libera dei vari strati del nostro popolo, di unirsi rapidamente, di porsi alla testa del popolo italiano e di parlare e di agire in suo nome, in Italia e nel mondo. Il popolo italiano ha offerto una nuova prova che esso non è con Mussolini; che esso è contro Mussolini e la sua politica di guerra e di sbirro carnefice al servizio delle caste reazionarie d’Europa. Lo hanno dimostrato le centinaia di soldati ed ufficiali italiani che, al primo contatto con l’esercito popolare spagnolo - e in particolare col nostro Battaglione Garibaldi - sono passati nelle file dei volontari della libertà, al canto non dimenticato di Bandiera Rossa. E’ per questo che noi salutiamo con la più grande emozione la grande vittoria riportata nel Guadalajara dall’eroico esercito repubblicano e dai nostri valorosi garibaldini. Le orgogliose divisioni di Mussolini, malgrado il loro temibile armamento, sono state infrante dall’esercito del popolo spagnolo, perché questo combatte per gli ideali di libertà che vibrano nei cuori degli stessi soldati italiani. La sconfitta delle divisioni di Mussolini in Ispagna, non è una sconfitta dei soldati italiani. E’ una vittoria del popolo e dei soldati d’Italia contro Mussolini, contro la tirannia fascista, contro la guerra, per la conquista della libertà. E’ una vittoria della giusta politica del Partito comunista d’Italia. A coloro che si sono abbandonati alle  più astruse interpretazioni della politica del  nostro Partito, possiamo rispondere con un  nuovo esempio.  La fraternizzazione di cui parliamo, è anche quella che realizza il Battaglione Garibaldi con i soldati inviati da Mussolini a soffocare nel sangue la libertà del popolo spagnolo. Gloria all’esercito popolare della nuova Spagna, che difende con tanta bravura la libertà di tutti i popoli contro il fascismo internazionale! Gloria all’eroico Battaglione Garibaldi, che rappresenta così nobilmente il popolo italiano sul fronte della libertà, che salva coi suoi sacrifici l’onore del nostro paese, che ha saputo aprire ai fratelli reclutati e traditi da Mussolini la via della liberazione e della riscossa. Il Battaglione Garibaldi agisce e vince. Tocca, ora, alle masse popolari, a tutti gli italiani liberi, di agire alla propria volta, perché divenga rapidamente una realtà il grido che deve echeggiare in tutte le città e in tutti i villaggi. Via le truppe italiane dalla Spagna!”. 

Lama - Di Vittorio, un rapporto speciale, di Ilaria Romeo

Il rapporto tra Lama e Giuseppe Di Vittorio è un rapporto molto speciale, nato nel 1945 quando il giovanissimo Luciano partecipa - in qualità di segretario della Camera del lavoro di Forlì - al Congresso nazionale della Cgil a Napoli.

“Ricordo il freddo gelido della sala dove ci riunimmo - racconterà nel 1979 a «Panorama» - Venimmo in due: Nino Laghi e io. Altri due compagni vennero da Bologna e al ritorno, nel ripassare le linee, furono uccisi”.

Il successivo Congresso di Firenze, il primo della Cgil dopo la Liberazione, si svolge dal 1° al 7 giugno 1947.  “Di Vittorio gioca con sorprendente spregiudicatezza la sua carta - scriverà Giancarlo Feliziani in Razza di comunista. La vita di Luciano Lama (Editori Riuniti, 2009) - In queste giornate di lavoro avvicina a più riprese Luciano Lama, giovanissimo e ignoto segretario di Camera del lavoro, lo stimola, lo lascia parlare, lo ascolta, presta attenzione alle sue parole, ma in realtà ha già deciso:  gli proporrà di diventare vice segretario della Cgil. In sostanza, il suo  braccio destro. Punta tutto su quel giovane romagnolo dalla complessione fisica robusta, dal gusto per la polemica, dalla franchezza che spesso sfiora l’irriverenza”.

“Non l’ho mai saputo il perché… l’ho chiesto a Togliatti, a Luigi Longo… l’ho chiesto a Di Vittorio. E ognuno di questi mi ha risposto così: «Ma che ti interessa di saperlo… l’importante è che lo sei diventato!»” dirà Lama anni dopo in una intervista alla TV della Svizzera italiana.

“Tra Lama e Di Vittorio si instaura un rapporto particolarissimo - Scriverà sempre Giancarlo Feliziani - per Lama, Di Vittorio è un maestro di vita, per certi versi un secondo padre. Ha stima incondizionata e grande tenerezza per quel dirigente straordinario in grado di guidare scioperi, indirizzare congressi ma anche capace di addormentarsi improvvisamente nel bel mezzo di una riunione. Per Di Vittorio, uomo appassionato e dalla forte personalità, autonomo nel pensiero e non condizionato da vincoli di appartenenza politica, un uomo schietto che ha dedicato la vita alla causa del lavoro, mai disposto ad accettare ordini, neppure se arrivano dalle Botteghe Oscure o da Togliatti in persona, per Di Vittorio quel giovane con la faccia aperta ai dubbi rappresenta il futuro, la speranza, l’entusiasmo, l’intelligenza politica. Ma quel giovane disinvolto e laureato in Scienze sociali rappresenta anche ciò che lui, bracciante poverissimo, avrebbe voluto ma non è riuscito a essere. Quei due uomini diventano inseparabili: dove c’è Di Vittorio, un passo indietro, c’è sempre anche Luciano Lama che giorno dopo giorno va assumendo nel sindacato un ruolo di sempre maggior spicco. La sua ascesa irresistibile è nelle cose, nell’organizzazione quotidiana, nella progettualità della Cgil”.

Luciano è al fianco di Di Vittorio ai funerali delle vittime dell’eccidio di Modena del 1950 e compare sempre più spesso al suo fianco nei viaggi ufficiali tanto che, si racconta, a volte veniva scambiato per il figlio.

Quando Scelba gli ritira il passaporto nella primavera del 1952, impedendo a Di Vittorio di recarsi a New York al Consiglio economico e sociale dell’Onu come presidente della Federazione sindacale mondiale ed i parlamentari della Cgil protestano con il presidente della Camera, è il giovane Lama che tiene i contatti con Di Vittorio.

E’ Luciano Lama a pronunciare al Comitato direttivo del 3 dicembre 1957 l’orazione funebre di Di Vittorio ed è sempre Lama  -  non Novella, segretario generale - a commemorare Di Vittorio alla presenza di Baldina, Anita e Vindice ad Ariccia il 3 novembre 1967 a dieci anni dalla morte (è in quella occasione che il Centro studi e formazione sindacale della Cgil viene ufficialmente inaugurato).

“Cosa devo a Di Vittorio? - dirà Lama nel novembre 1981 in una intervista all’«Espresso» - Prima di tutto i ferri di un mestiere non facile. Il coraggio di affrontare la realtà, anche quella che non ti piace. Lo sforzo costante di non appagarsi della superficie, ma di vedere quello che c’è sotto le cose. Infine, l’abitudine a pensarci su, a non essere frettoloso nei giudizi, ma poi ad avere il coraggio di esprimerli anche controcorrente”.

Giuseppe Di Vittorio nelle parole di Bruno Trentin, di Ilaria Romeo




Nato nel 1926 in Francia, partigiano, azionista, passato successivamente nelle fila comuniste e dottore in giurisprudenza, Trentin entra giovanissimo, chiamato da Vittorio Foa, nell’Ufficio studi confederale.

Qui conosce Di Vittorio, di cui apprezza sia la dimensione umana (l’autenticità, la curiosità, l’onestà, la disponibilità all’autocritica), sia la statura politica e l’idea originale del sindacato come soggetto politico autonomo e plurale, espressione della volontà delle masse più povere e diseredate di liberarsi da ogni forma di sfruttamento.

La sua morte, nel 1957, segna profondamente il giovane Trentin, che in proposito scriverà alla sorella Franca: 

“Mia Franchina, dopo un lungo silenzio posso scriverti e tramite te anche a Mario.  Quest’ultimo periodo è stato convulso e sconvolgente, per me. Prima, il Congresso di Lipsia, con tutte le discussioni e le battaglie che ha comportato. Poi una serie di riunioni e di conferenze in Italia – compresa la commissione elettorale del partito di cui faccio parte e dove si sono riaperte vecchie ferite dell’VIII Congresso
[…]
La morte di Di Vittorio ha rappresentato naturalmente il maggiore elemento di sconvolgimento. Ero a Napoli, di ritorno da Palermo, quando si è diffusa la notizia. E puoi immaginare quanto mi abbia colpito.
Tuttora non ho ancora completamente eliminato la sensazione d’angoscia e di dolore che mi ha provocato. Dio sa quanto conoscessi i suoi limiti e le sue debolezze e quante volte mi sia ribellato a certe ristrette manifestazioni della sua mentalità di contadino meridionale. Ma sento sempre di più quello che quest’uomo ha rappresentato per me, nella mia formazione di uomo politico e – retorica a parte – semplicemente di uomo. Sento la sua forza e la sua giovinezza, il suo ottimismo intellettuale, sempre “provocatorio”, come una delle cose più ricche che mi abbiano trasformato in questi ultimi anni. Qualche volta – e in questi ultimi tempi, spesso – questa forza diventava meno razionale, ingenua e puramente polemica. Ma anche in questi casi restava come un’esigenza, come un richiamo a un certo linguaggio, fresco e stimolante, come l’affermazione polemica di un metodo che io sento sempre più vivo e valido: non si può mettere in crisi nessun “sistema”, in una società o in un uomo, se non avendo fiducia nell’elemento positivo, progressivo, illuminato, che ne ha giustificato l’esistenza, se non sottolineando l’incapacità di una società o di un uomo a realizzare vittoriosamente “la sua ragione d’essere”.
Anche in modo ingenuo, Di Vittorio vedeva nella società capitalistica italiana “la ricchezza che poteva essere prodotta” – e che non lo era – piuttosto che la “povertà” esistente. Ed era l’idea della “ricchezza” ad entusiasmarlo.
Per questo non poteva essere un fatalista o un positivista da quattro soldi. Per questo voleva, con accanimento, da autodidatta, essere un uomo del proprio tempo: era stupito dalle macchine, dalla televisione e dai nuovi modelli di automobili. Rispettava come profeti gli scienziati e i medici. Voleva essere sempre “al corrente” delle cose. Temeva con angoscia, come uomo e come Cgil, di venir “escluso”, di non svolgere un ruolo riconosciuto nello sviluppo della società contemporanea.
Era d’altro canto uomo di un’altra epoca e aveva il fiatone negli ultimi tempi. Il suo sforzo diventava straziante ma era sempre magnifico e grandioso. La sua morte rappresenta davvero, in Italia, la fine di un’epoca, quella un po’ “populistica” e romantica del dopoguerra, e gli inizi di un’altra. E ha saputo essere l’uomo del passato e insieme l’uomo della transizione. Ha capito quello che c’era di nuovo nella storia e, con tutte le sue forze, da toro qual era, ha fatto di tutto per capire, e per esistere, da uomo moderno.
Capisco, ora che è morto, quanto io l’amassi. Purtroppo non c’è nessuno del suo calibro a sostituirlo, i migliori hanno un respiro molto più modesto. Gli ultimi giorni sono stati occupati come puoi immaginare dalle discussioni sulla “successione”. Sembra che sia stata adottata la soluzione migliore: quella di sostituire Di Vittorio non con un uomo ma con una nuova segreteria, con un collettivo di uomini nuovi, dopo aver eliminato tutte le “zavorre”, tutte le mummie. Se si otterrà questo risultato, avremo fatto un grande passo in avanti”.

LA MARCIA DELLA PROTESTA E DELLA SPERANZA, servizio di Giuseppe Impastato

Il 5 di marzo, domenica, un grande convegno popolare, presieduto da Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Corrado Corghi (consigliere nazionale...