venerdì 28 aprile 2017

Di Vittorio, il segretario che si prese cura del ragazzo orfano

Il primo maggio 1947, nei pressi della Piana degli Albanesi, vicino Palermo, durante la Festa del lavoro, gli uomini della banda di Salvatore Giuliano sparano sulla folla uccidendo 11 persone e ferendone molte di più (i dati variano da 30 a 60).
Margherita Clesceri di 47 anni, madre di sei figli e incinta, muore sul colpo. 
Anni dopo, a partire dal dicembre 1954, tra Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL e Giorgio Moschetto, “figlio della compagna Clesceri Margherita, caduta (e non semplicemente morta!) a Portella della Ginestra” si tiene un fitto scambio di corrispondenza.
Le lettere,conservate presso l’Archivio storico CGIL nazionale e consultabili nella loro interezza all’interno del volume Caro papà Di Vittorio. Lettere al segretario della CGIL (a cura di Myriam Bergamaschi, Guerini e associati, 2008), ci svelano la personalità dell’uomo Di Vittorio, restituendoci l’immagine di un Segretario umano e raggiungibile, che si preoccupa, con solidarietà e solerzia, di un ragazzo rimasto orfano di madre troppo presto. 
Di fronte alle intemperanze ed alle critiche rivolte alla qualità della scuola frequentata sollevate dal giovane, Di Vittorio non nasconde il suo dispiacere, ma cerca di capirne le ragioni, proponendo un aiuto concreto: “Caro Giorgio - risponderà il 19 gennaio 1955 il segretario ad una lettera di lamentele ricevuta dal Moschetto poco meno di un mese prima - la tua lettera del 17 dicembre mi ha portato la tua amarezza e mi ha procurato non poco dispiacere. Non credo che tu abbia il diritto di esprimerti nei termini adoperati nei confronti dei dirigenti il Villaggio Sandro Cagnola che, a spese della CGIL, ti hanno educato e hanno provveduto al tuo sostentamento da quando è morta tua madre. Devi renderti conto che il Villaggio Sandro Cagnola è un ente a carattere educativo e non un ufficio di collocamento. Le difficoltà obiettive per la sistemazione di un giovane della tua età, senza libretto di lavoro e senza residenza nella città di Milano, rendono problematica la tua sistemazione. Ciò non toglie che non si debba e non si possa fare tutto il necessario perche la tua aspirazione di trovare un lavoro nella capitale lombarda possa essere soddisfatta”.
Il segretario generale della CGIL si assume pienamente e personalmente la responsabilità di questo come di altri ragazzi, scrivendo anche al padre, per informarlo dei suoi esiti scolastici (due volte l’anno la direzione della scuola informava direttamente il segretario della CGIL sull’andamento scolastico, sui risultati e sul comportamento degli ospiti inviati dalla Confederazione) e chiedendo a Mario Montagnana, segretario della Camera del lavoro di Milano di interessarsi alla vicenda del giovane. 
Confidando nel segretario, Rosario Moschetto, gli risponde: “Caro compagno Di Vittorio, in riferimento della tua lettera spedita il 29 ottobre 1954 che riguarda la situazione di mio figlio Giorgio Moschetto, in quanto mi fai presente sull’esito degli esami, già a te dati comunicazione, non puoi immaginare la mia soddisfazione ricevuta da tue notizie. Caro compagno come spiega la tua indimenticabile lettera son contento a tutto ciò che tu fai. Per tanto lascio a te di fare tutto ciò che è necessario di mio figlio Giorgio riguardando il lavoro e il tuo pensiero che il tuo interesse e generale. Ora termino di scrivere con la penna ma il mio pensiero rivolto a te compagno Di Vittorio inviandoti i più fraterni saluti a te e ai compagni. In attesa della tua azione mi scusi tanto se non so ben spiegare in qualche parola. Sono per sempre il caro compagno Moschetto Rosario. Ricevi i più can saluti dal compagno Michele Sala”.
Emerge da questa corrispondenza una grande e forse per certi versi singolare umanità, che si palesa in una straordinaria freschezza e sincerità di rapporti tra il centro e la periferia, il vertice e la base.
Per le testimonianze che contengono, per le dimostrazioni che offrono, i materiali descritti costituiscono le tessere di un mosaico che ci consente di disegnare un ritratto a tutto tondo di ciò che Di Vittorio è stato nel corso della sua vita, gettando qualche nuovo fascio di luce su questioni remote di cui è stato attore e, splendidamente umano, protagonista.

Ilaria Romeo, «l'Unità», 28 aprile  2017, p. 3

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