mercoledì 30 settembre 2015

La CGIL nel novecento - NEWSLETTER SETTEMBRE 2015

Commissioni interne: quando la democrazia rientrò in fabbrica
Il 2 settembre 1943, poche ore prima della firma dell’armistizio con gli alleati anglo-americani, Bruno Buozzi firma con gli industriali un importante accordo interconfederale per il ripristino delle Commissioni interne. L’accordo (il cosiddetto patto Buozzi-Mazzini) reintroduce nel campo delle relazioni industriali l’organo di rappresentanza unitaria di tutti i lavoratori, impiegati e operai nelle aziende con almeno 20 dipendenti, attribuendogli anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale. 



«L’Alba» dell’8 settembre
Il primo numero de L’Alba, giornale dei prigionieri di guerra italiani nell’Unione sovietica, compare il 10 febbraio 1943, sotto la direzione di Rita Montagnana. Esce ogni 7-10 giorni e raggiunge in breve una tiratura di 7.000 copie, per un totale complessivo di 144 numeri, l’ultimo dei quali pubblicato il 15 maggio 1946. Dopo i primi quattro numeri è diretto da Edoardo D’Onofrio, fino all’agosto del 1944, poi da Luigi Amadesi e Paolo Robotti. Così, il 14 settembre 1943, il giornale informa della firma dell’armistizio




Il 17 e 18 settembre si è tenuta a Roma la Conferenza di organizzazione 'Contrattare per includere, partecipare per contare'. 










Dal 28 settembre al 2 ottobre si terrà su tutto il territorio nazionale la seconda Settimana degli archivi storici, biblioteche e centri di documentazione della Cgil, promossa dalla Confederazione nazionale e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio. 

Numerose le iniziative che, per l’occasione, sono state organizzate in tutta Italia. In programma mostre, dibattiti, incontri, visite guidate, proiezioni di materiali audiovisivi e film per far conoscere lo sterminato patrimonio documentale conservato presso gli archivi delle diverse strutture Cgil e per far sì che i luoghi sindacali si intersechino con gli interessi culturali dei cittadini.

Nell’ambito delle iniziative previste per la Settimana, la Cgil ha festeggiato il suo 109° compleanno (Cgil: la storia per immagini - guarda il video), aprendo la sede nazionale dalle 10 alle 17 e ospitando nei suoi locali la mostra storico-documentale “Gli anni Sessanta, la Cgil, la costruzione della democrazia” (29 settembre - 5 ottobre), a cura di Archivio storico Cgil nazionale, Archivio storico Flai Donatella Turtura, Archivio storico Spi Cgil. 



Segnaliamo infine, in ambito archivistico, il volume L’itinerario di Bruno Trentin. Archivi, immagini, bibliografia, a cura di Sante Cruciani e Ilaria Romeo con la prefazione di Iginio Ariemma (Ediesse, settembre 2015).

Il libro racconta la vicenda intellettuale, politica e umana di Bruno Trentin attraverso la documentazione cartacea e multimediale a lui relativa e la bibliografia dei suoi scritti sulle principali testate della sinistra. Un racconto composto di documenti e di immagini che di fatto narrano il Novecento italiano: la Francia dell’esilio, Padova città universitaria in cui attivare la Resistenza, Milano partigiana, Mirafiori dominata dalla Fiat e poi bloccata dagli scioperi. Le carte documentano l’impegno e il carisma di Trentin nei ruoli di segretario della Fiom, di segretario generale della Cgil e di parlamentare europeo per il Pds nella legislatura 1999 - 2004.

Dall’infanzia e l’adolescenza in terra di Francia alle lotte operaie dell’Autunno caldo fino allo scontro col governo Amato nel 1992 sull’abolizione della scala mobile, si dipana il racconto di sessant’anni di vita italiana passata tra le fabbriche e le scrivanie.

Contiene: La persona umana, le trasformazioni del lavoro e le contraddizioni del precariato, l’ultimo intervento di Bruno Trentin (Fermo, 25 maggio 2006). 
Viene pubblicato, per la prima volta, l’inventario delle carte (appunti e altri materiali) giacenti nella casa di Bruno Trentin alla sua morte.

giovedì 24 settembre 2015

Le conferenze di organizzazione nella storia della Cgil - di Ilaria Romeo


La prima Conferenza di organizzazione della storia della Cgil si svolge a Roma il 18-20 dicembre 1954. Agostino Novella, allora segretario organizzativo, lancia l’idea delle sezioni sindacali di fabbrica (approvate poi dal Congresso di Roma del 1956) alle quali affidare i compiti del tesseramento, della propaganda, della diffusione delle direttive sindacali e successivamente dell’articolazione rivendicativa (qui l’intervista ad Agostino Novella, in ‘Lavoro’, n. 51, 19 dicembre 1954).


Nel novembre 1979, la Federazione Cgil-Cisl-Uil, nata nel luglio di sette anni prima, organizza a Montesilvano un importante convegno nazionale di organizzazione, ma per una nuova Conferenza di organizzazione (la seconda) bisognerà attendere il 14-17 dicembre 1983. I temi della democrazia d’organizzazione e del decentramento sono la risposta confederale alla rottura dei rapporti unitari che sfocerà nel 1984 nell’accordo di San Valentino.



Il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino. Pochi giorni dopo, dal 14 al 16 novembre, la Cgil svolge a Firenze la sua terza Conferenza di organizzazione, necessario completamento della svolta avviata con la Conferenza di programma di Chianciano dell’aprile precedente, durante la quale Bruno Trentin aveva lanciato l’idea del “sindacato dei diritti e del programma” (ufficialmente sancito dal XII Congresso di Rimini del 1991).


Tra la Conferenza di organizzazione di Firenze e il successivo Congresso di Rimini, le tre componenti interne decidono di sciogliersi, inaugurando una nuova fase nella storia della Cgil. Per la successiva Conferenza d’organizzazione (la quarta) bisognerà attendere solo altri quattro anni (Roma, 9-11 novembre 1993). Il documento finale licenziato proporrà nuove norme in tema di strutture, regole e risorse, allo scopo di favorire la trasparenza dell’organizzazione e la responsabilità dei gruppi dirigenti (leggi le conclusioni di Bruno Trentin).


Dal 29 al 31 maggio 2008 si tiene a Roma la quinta Conferenza di organizzazione. Alla fine dei suoi lavori vengono approvati due documenti – uno politico e uno organizzativo – e vengono delineate le linee della riforma della Cgil, basate da un lato sulla centralità del lavoro e della persona e, dall’altro, sui grandi nodi della democrazia, dell’autonomia, dell’unità e del pluralismo.


Anche su Rassegna.it

mercoledì 9 settembre 2015

I primi giorni della Resistenza a Genova (settembre 1943 - febbraio 1944). Dall'Archivio storico CGIL nazionale il diario di Franco Antolini


11 settembre 1943
I tedeschi di Savona, dopo averci minacciato di fucilazione per il nostro rifiuto di consegnare loro i documenti amministrativi del XV Anticentro di cui eravamo soldati, ci hanno spogliati delle divise e rimandati a casa. La pagheranno.

21 settembre 1943
Abbiamo già qualche tavoletta al 25.000 dell’Istituto geografico per le quattro zone montane della Liguria: ne occorrono altre, e bisogna fare copie di quelle che abbiamo. La Ditta E.A. monterà nella mia officina un “reparto riproduzione disegni” che riprodurrà le carte: ma dove trovare la carta fotografica sottile, in larghi fogli? Contatti con lo studente di Torriglia che ne promette.
Adesso ho stabiliti contatti con impiegati della Unione industriali: Pieragostini [Raffaele Pieragostini] si diverte all’idea che la lotta contro il capitalismo filo nazista trovi punti d’appoggio in casa del nemico, e a sue spese. Paggi è l’elemento migliore di questo ambiente: chiede anche libri, pensa, discute. Non ci tradirà (Agostino Paggi è morto a Mauthausen, vittima ignorata della nostra fede, con grande fierezza).

1° ottobre 1943
Sull’Antola c’è già un gruppo di nostri elementi: a Favale anche: sui monti sopra Voltri e sopra Pontedecimo anche. Abbiamo dati, ai singoli responsabili di zona, nomi dei mesi. Gennaio e Febbraio sono a ponente e in Polcevera; Marzo è a Favale; Aprile sull’Antola.
A Lavagna lavorano Bini [Giovanni Serbandini] e suo cognato; un gruppo di giovani, professori, studenti e operai. Sono rientrati in circolazione Buranello [Giacomo Buranello] e i suoi compagni, arrestati nell’ottobre del 1942 a Sampierdarena: lavorano tra gli studenti, ma pensano più a trovare armi che a leggere dispense.

10 ottobre 1943
Un comunista ogni dieci che salgono ai monti è l’obiettivo iniziale che si pone il partito della classe operaia. Qui ne salgono otto su dieci. Pieragostini mi presenta a Castelletto, tra un vento furioso che tiene lontani tedeschi e benpensanti Lucio e Paolo [?]: uno esce da anni di galera, l’altro viene dall’esilio. Male vestiti, debilitati dagli stenti, saliranno in settimana sui monti.

23-24 ottobre 1943
Riunione sull’Antola: Paolo prende le consegne da Aprile; Marzo, zoppicante con barba da mazziniano e mantellaccio da contadino spagnolo, è giunto a piedi da Favale, via Barbagelata.
Ardesio [Ingegner Agostini (Pietra o Ardesio)]  e Falini [?] sono saliti da Genova, altri da Torriglia. Ispezioniamo e lasciamo presidiata la zona Antola - Capanne di Carrega. La notte nella “Casa del romano” è stata passata, tra le paure della padrona, i nostri fucili, la pioggia di fuori e la fame di dentro. La sera del 24 a mezzanotte arriviamo con Ardesio  a Busalla, piena di tedeschi. La montagna era deserta e ci aveva dato senso di sicurezza: i fascisti restano tappati nelle loro casermette di avvistamento antiaereo, dalle quali occorre sloggiarli al più presto, come si è convenuto sull’Antola. Dormiamo da Macciò [Enrico Macciò], che (sappiamo poi) nasconde noi al piano terreno, in camera da pranzo; Dellepiane [Arturo Dellepiane] al primo piano, Sem Benelli al secondo, e riceve all’indomani la visita di un tizio che mi rifiuto di conoscere e che si scoprirà poi essere una spia dei tedeschi (Macciò pagherà cara la sua entusiastica imprudenza: è caduto anch’egli a Mauthausen nel 1944). Ripartiamo con una certa urgenza all’indomani.

Fine ottobre (cancellato) 1943

Le prime casermette fasciste sono state assaltate: gioia di leggere la notizia, tanto attesa, nei giornali fascisti. Il tenete delle brigate nere è caduto a Sampierdarena. I Gap si affiancano nell’azione ai gruppi partigiani. Elementi di altre correnti politiche, prima dubbiosi, sono ora presi dall’entusiasmo. Il buon Pepe [Giuseppe Bianchini] ha già pronta la “zucca” per la emissione della nostra moneta. I nemici sono numerosi: è saltato un ponte e si è data la colpa a un fulmine. Poi ne è saltato un altro in piena giornata di sole. Un compagno di Certosa mi telefona un giorno chiedendomi come mai si sente sparare e non è suonata la sirena d’allarme: è il comunicato che l’operazione dei Gap di Certosa è riuscita. Abbasso il ricevitore e faccio un salto di gioia.

4 novembre 1943
Sul monumento ai caduti di Lavagna si è trovato scritto: A morte i tedeschi, viva la libertà. Gli autori, da domani, partiranno ai monti: chi sa dove finirà Piccolo campo di Caldwell che avevo prestato a uno di loro.

Novembre 1943
Sciopero dei tramvieri. E’ riuscito superbamente. A colazione incontro Manes [?]: è tanto contento da diventare pericoloso: beviamo alla salute dello sciopero e dei tramvieri. Hanno arrestati Guglielmetti [Romeo Guglielmetti] ed altri: cadranno da eroi, come hanno combattuto in questi giorni. Rino Mandoli, dopo otto anni di galera, prende il suo posto tra noi. (Rino Mandoli - Sergio - salì poi a Capanne di Marcarolo. Fu catturato come borsanerista, tradotto ad Alessandria, riconosciuto da veneziani, fu poi trasferito a Genova. Fu ospite della stessa mia cella alla IV Sezione: pensammo di essere fucilati insieme. Deportarono me ed uccisero lui,sul Turchino, nel maggio 1944. Caro grande Sergio).

Fine novembre 1943
Funziona, come può, il primo Comitato militare di Cln: Raimondo [Enrico Raimondo] per la Dc; Rapuzzi [?] per il Pda (poi Lanfranco [Eros Lanfranco], poi Tomasi [Giovanni Trombetta, Tomasi]); Bruzzone [Dante Bruzzone] per i socialisti; Lazagna [Umberto Lazagna] per i liberali. Sede il San Nicola, lo stesso Collegio dove, nel 1926, ci trovammo con Carlo Roselli, Manzitti [Francesco Manzitti], Tarello [Mario Tarello], Sabatelli [Francesco Sabatelli] e altri, per ricostruire le file dell’antifascismo. Caro Marchi [Giulio Marchi], sempre eguale dopo vent’anni, sempre antifascista, sempre coraggioso, sempre ingenuo.

Dicembre 1943
Nello o Nullo [?], ispettore delle Brigate Garibaldi, non è malcontento del lavoro fatto a Genova: Dario, ispettore del Gap, ci consegna la miccia che ci mancava sotto forma di uno spago col quale teneva legato un suo pacco, ostentato sui treni e per la strada. Litighiamo perché ne vogliamo un metro di più e lui ci assicura che ripasserà quando sarà per finire. Il coprifuoco è alle 16. Lo porteremo a Mezzogiorno!

Dicembre 1943
Continuano le ispezioni in montagna: sui treni, nelle corriere, per le strade di Marassi, trovi sempre qualcuno che mi conosce. Fino a quando crederanno che vado in cerca di patate per la famiglia? Ispezione notturna agli uomini di Marzo, gente di Chiavari, emiliani dell’esercito che non hanno potuto andare a casa, sua figlia che fa la staffetta. Polenta e castagne secche: per festeggiarmi, anche il vino. Il solenne e misterioso “Comitato militare di Cln” manda, per mio tramite, i capitali occorrenti alla alimentazione e all’armamento: cinquecento lire.

Dicembre 1943
Ardesio  ha trovato l’ufficiale radiotelegrafista che aspettavamo. Lo battezziamo Bisagno [Aldo Gastaldi] e lo affianchiamo a Bini [Giovanni Serbandini].

20 dicembre 194[3] (l’originale riporta 1944, ma dovrebbe trattarsi di un errore)
Porto Dante [Stanchi ?] a Cichero dove già sono Marzo, Bini e Bisagno; il gruppo è di molte decine di uomini. Nasce il problema della… licenza natalizia. I compagni stanno perdendo la nozione di come sia difficile passare dai posti di blocco e venire in città. Soprattutto non si rendono conto dei pericoli delle loro inevitabili confidenze familiari al tavolo di Natale.
Battuta a Chiavari per scavare le armi sepolte l’8 settembre: oggi abbiamo braccia disposte ad usarle bene. Rientrano a mezzanotte incolumi: vestiti da contadini hanno sulle spalle alberelli fasciati con piccole radici da un lato e foglie dall’altro. Slegati gli alberi si rivelano fucili truccati. Danze notturne, sulla montagna, complice sicura. Tra poco, se i contatto con Ruggiero daranno i frutti sperati, dovremmo avere i primi lanci. Gli inglesi (quelli del colonnello Gore) non volevano farne perché “ci sono troppi comunisti tra i partigiani”: gli americani pare non siano di questa idea.

Gennaio 1944
“L’erba cresce d’estate”; “Le api hanno il miele”: Radio Londra trasmette le parole d’ordine attese. I lanci ci saranno.
I lanci ci sono stati. Lanfranco inalbera per Genova una camicia bianca a righe azzurre, ricevuta dal cielo. Ma ci sono anche scarpe, armi, cioccolata. I nostri uomini avranno meno fame.

20 gennaio 1944
Ispezione a Prato Sopralacroce, con Bini e Bisagno. Il parroco, l’oste, la mia aria borghese, la loro da pirati barbuti, un autista – maledizione – che mi conosce da ragazzo, a Cornigliano.
Usiamo i casoni di alloggiamento per il dispositivo strategico che era scoperto in quel settore: facciamo i tonti fino al momento di ripartire. Sapremmo poi che l’oste era una spia e che sapeva i nostri nomi: ci attenderà al varco per molto tempo per darli a Spiotta [Vito Spiotta].
Chi di noi cadrà, cadrà per altri motivi e in altre situazioni. La fortuna assiste i combattenti per la patria e per la libertà.

Febbraio 1944
Siamo migliaia. I problemi di approvvigionamento preoccupano Ardesio, che ha 600 uomini alla Benedicta.


martedì 8 settembre 2015

«L'Alba» dell'8 settembre - di Ilaria Romeo








Il primo numero de “L’Alba”, giornale dei prigionieri di guerra italiani nell’Unione sovietica, compare il 10 febbraio 1943, sotto la direzione di Rita Montagnana. 


Il giornale esce 7-10 giorni al mese e raggiunge in breve una tiratura di 7.000 copie, per un totale complessivo di 144 numeri, l’ultimo dei quali pubblicato il 15 maggio 1946. Dopo i primi quattro numeri è diretto da Edoardo D’Onofrio, fino all’agosto del 1944, poi da Luigi Amadesi e Paolo Robotti.


Il giornale è composto fin dalla nascita da quattro pagine: la prima generalmente dedicata alle operazioni sul fronte russo-tedesco, la seconda contenente articoli di elogio e apologia del sistema sovietico, della sua organizzazione sociale e politica, delle realizzazioni dell’industria e dell’agricoltura, la terza composta da articoli e scritti degli internati stessi sulla condizione di vita nei campi, la quarta e ultima pagina dedicata alle “Notizie da tutto il mondo”.


Così, il 14 settembre 1943, il giornale informa della firma dell’armistizio: “Il giorno 8, alle ore 17,30 il generale Eisenhower comandante in capo degli eserciti alleati operanti nel Mediterraneo, ha reso noto al mondo la richiesta dell’Italia di uscire dalla guerra (…)”. Più avanti si dà conto del proclama del maresciallo Badoglio al popolo italiano letto più volte, nella serata dello stesso 8 settembre, dalla stazione Eiar.

“Il governo italiano – le parole di Badoglio ormai consegnate ai libri di storia –, riconosciuta l’impossibilità di continuare un’impari lotta contro le forze soverchianti avversarie e nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accettata. Conseguentemente, ogni atto di ostilità da parte delle forze italiane contro gli eserciti alleati deve cessare in ogni luogo. Le forze italiane però reagiranno agli attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

“L’annuncio della firma dell’armistizio – racconta ancora “L’Alba” – s’è diffuso in Italia in un baleno nel pomeriggio del giorno 8 di settembre. Immediatamente la popolazione s’è riversata per le strade, abbandonando le case e il lavoro, per manifestare il suo giubilo. Dimostrazioni grandiose si sono avute a Roma, Milano, Torino, Como, Genova, Firenze, Bologna e Napoli. Corrispondenti di giornali esteri di paesi neutrali, informano che la gente per le strade, la sera dell’8, piangeva della gioia. I passanti, incontrandosi, si abbracciavano e dicevano: finalmente ci siamo. Grida di ‘viva la pace’ risuonavano dappertutto. Folle considerevoli di credenti si sono riversati nelle chiese per dire le loro preghiere di ringraziamento”.

L’attesa della firma dell’armistizio, nei giorni precedenti l’8 settembre, era stata vissuta con trepidazione dall’intero paese. Anche “L’Alba” ne era stata coinvolta. Nel numero 22 del 7 settembre 1943 si leggeva: “Il problema dell’uscita dell’Italia dalla guerra e della pace separata con gli anglo-sovietico-americani, è all’ordine del giorno per gli italiani. Nella penisola, i cittadini ne discutono e da tutte le notizie ricevute risulta che mentre il governo di Badoglio, i circoli reazionari e i fascisti ancora superstiti hanno deciso di continuare la guerra e di mantenere il nostro paese legato fino alla fine alle sorti dei tedeschi, la stragrande maggioranza della nazione è invece contro la continuazione della guerra e vuole la pace. Anche nei campi, tra i prigionieri, si discute della pace. Anzi, dal 25 luglio non si parla d’altro. Si aspetta con ansia l’annuncio dell’armistizio, della liberazione, del tanto agognato ritorno in patria”.

“L’Italia si è desta – è il commento di spalla alla notizia –. L’Italia è in piedi. L’Italia combatte per schiacciare il nemico secolare della sua indipendenza. La lotta contro i tedeschi è una lotta sacra, patriottica, dalla quale dipende tutto il futuro d’Italia (…). Il vecchio grido di guerra del Risorgimento torna oggi a essere la parola di raccolta di tutti gli italiani; ‘Va fuori d’Italia! Va fuori straniero!’”.



mercoledì 2 settembre 2015

Commissioni interne: quando la democrazia rientrò in fabbrica - di Ilaria Romeo


2 settembre 1943: poche ore prima della firma dell’armistizio con gli alleati anglo-americani, Bruno Buozzi firma con gli industriali un importante accordo interconfederale per il ripristino delle Commissioni interne. 

L’accordo (il cosiddetto patto Buozzi-Mazzini) reintroduce nel campo delle relazioni industriali l’organo di rappresentanza unitaria di tutti i lavoratori, impiegati e operai nelle aziende con almeno 20 dipendenti, attribuendogli anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale.

Già prima della caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943 in seguito al voto del Gran consiglio del fascismo, settori importanti delle classi lavoratrici del nord erano tornati a scioperare contro il regime nel marzo-aprile 1943. 

Con l’arresto di Mussolini, il nuovo governo Badoglio aveva deciso di commissariare le vecchie strutture sindacali fasciste: Bruno Buozzi era stato nominato nuovo commissario dei sindacati dell’industria; all’agricoltura era stato designato Achille Grandi, mentre a Giuseppe Di Vittorio era stata affidata l’organizzazione dei braccianti. 

I tentativi di costituzione e per il riconoscimento di fatto delle Commissioni interne hanno inizio con il nascere stesso del movimento operaio. Di esse si hanno più frequenti notizie intorno al 1900: in questo primo periodo però erano senza organi stabili, poiché venivano nominate in occasione di agitazioni o di scioperi come delegazioni operaie per le trattative con il datore di lavoro. 

Il termine Commissione interna si trova per la prima volta usato all’interno dell’accordo Itala-Fiom, firmato a Torino nel 1906 (1). 

Appena due anni dopo, nel marzo 1908, la Lega Industriale dirama – si legge su “l’Avanti!” – un gruppo di “suggerimenti” alle direzioni delle industrie da utilizzare come base per un’azione comune verso gli operai organizzati. Il primo dei “suggerimenti” riguarda, appunto, “l’abolizione delle Commissioni interne”. 

Quattro anni dopo, nel 1912, le Commissioni interne vengono effettivamente abolite per legge. Ma risorgono nel 1913.

La fine della guerra del 1914-18 trova il movimento delle Commissioni interne notevolmente esteso e proteso verso un allargamento dei suoi compiti e delle sue funzioni sul terreno economico. Scrive Antonio Gramsci su “L’Ordine Nuovo” l’anno successivo alla sconfitta degli imperi centrali: “L’esistenza di una rappresentanza operaia all’interno delle officine dà ai lavoratori la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia”.

Le Commissioni interne, scrive ancora Gramsci su “L’Ordine Nuovo” del 21 giugno 1919, “sono organi di democrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e ai quali occorre infondere vita nuova ed energia. Oggi le Commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di arbitrato e di disciplina. Sviluppate ed arricchite, dovranno essere domani gli organi di potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione”.

L’avvento del fascismo arresta però lo sviluppo di questi organi di rappresentanza: il 2 ottobre 1925 l’articolo 4 del Patto di Palazzo Vidoni sancisce: “Le Commissioni interne di fabbrica sono abolite e le loro funzioni demandate al sindacato (fascista) locale”. Reistituite con l’accordo Buozzi-Mazzini del 2 settembre 1943, le Commissioni interne ricevono una nuova regolamentazione con l’accordo del 7 agosto 1947 tra la Cgil e Confindustria e con l’accordo interconfederale dell’8 maggio 1953 (l’ultimo accordo interconfederale sulle commissioni interne è del 18 aprile 1966 e ancora oggi è formalmente in vigore).

Il 29 marzo 1955 a Torino, per la prima volta la Cgil è messa in minoranza nelle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat. Il successivo 10 aprile afferma sul “Lavoro” un lucido e coraggioso Giuseppe Di Vittorio: “Sui sorprendenti risultati delle recenti elezioni delle Commissioni Interne del complesso Fiat si è concentrata l’attenzione di tutto il Paese. Questo è un fatto positivo, in quanto può contribuire a far conoscere largamente al Paese il clima di dispotismo e di ricatti padronali instaurato alla Fiat e in molte altre aziende, determinando condizioni più favorevoli allo sviluppo della lotta per il rispetto dei diritti democratici e della dignità dei lavoratori nei luoghi di lavoro”.

“Sarebbe tuttavia un grave errore – continua Di Vittorio nello stesso articolo – se noi, individuando e denunciando l’azione illegale e ricattatoria del grande padronato, sottovalutassimo la gravità del colpo inferto alla Fiom e alla Cgil nelle recenti elezioni della Fiat; se noi, cioè, tentassimo di scagionare ogni nostra responsabilità nella sconfitta. Ciò non sarebbe degno di una grande organizzazione come la Cgil, la quale affonda le sue radici in tutta la gloriosa tradizione del movimento sindacale italiano, ne rappresenta la continuità storica ed ha tutto l’avvenire davanti a sé” (leggi tutto). 

Scriverà qualche anno più tardi Rinaldo Scheda nel suo diario personale (inedito e conservato presso l’Archivio storico della Cgil nazionale): “(…) Di Vittorio mi aveva colpito in tante fasi della sua vita sindacale. Ci sono però due episodi che mi rimarranno impressi nel tempo che mi resta da campare (…)”. Uno dei due, ricostruisce il sindacalista bolognese – segretario confederale della Cgil dal 1957 al 1979 – “si verificò in una riunione del Comitato direttivo confederale svoltasi a Roma al primo piano della sede di Corso Italia. È una riunione che fece scalpore. La lista della Fiom per la nomina della Commissione interna alla Fiat aveva subito una dura sconfitta. (…) La relazione di Di Vittorio espose le ragioni, le cause di quello smacco. Conoscevo ormai in quel periodo la sua personalità. Le luci e anche alcune ombre. Per esempio sapevo che il sottoporre il suo lavoro ad un esame autocritico gli costava una certa fatica. Era un comportamento che derivava dalla sua forte personalità. Quella relazione la ricordo ancora oggi, a tanti anni di distanza, come una pagina esemplare, una lezione di vita”.


(1) Il 3 dicembre 1906: viene firmato ufficialmente a Torino il contratto collettivo tra la Società automobilistica Itala e la Fiom. Si tratta di uno dei primi significativi esempi di accordo collettivo in Italia. Esso sancisce il riconoscimento delle Commissioni interne, dei minimi salariali, delle 10 ore giornaliere (su 6 giorni settimanali), della clausola del “closed shop” per l’assunzione dei lavoratori iscritti al sindacato, il quale funge da ufficio di collocamento.


Anche su Rassegna.it

Andavano col treno giù nel meridione per fare una grande manifestazione

di Ilaria Romeo responsabile Archivio storico CGIL nazionale Il 22 ottobre del 1972 cinquantamila lavoratori arrivano a...