giovedì 16 luglio 2015

A proposito di parità


Il 16 luglio 1960 viene stipulato a Milano, tra Confindustria e sindacati, l’accordo interconfederale sulla parità salariale tra lavoratori e lavoratrici relativamente ai soli settori industriali. L’accordo, che si ispira a quello stipulato a febbraio per il settore tessile, abolisce le discriminazioni per sesso eliminando dai contratti nazionali collettivi di lavoro le tabelle remunerative differenti per uomini e donne, stabilisce aumenti per le lavoratrici e la rivalutazione immediata della contingenza. Le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964. La legge n. 7 del 9 gennaio 1963 stabilisce il divieto di licenziamento a causa di matrimonio.

Sul tema della parità di genere riproponiamo le parole di un’anonima cittadina veneta sui diritti delle donne. Correva l’anno 1797. Il testo è tratto dal volume Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec. ec. del nuovo veneto governo democratico, volume IX, Venezia 1797, pp. 189 ss., anche in Giacobini italiani (II), a cura di Delio Cantimori e Renzo De Felice, Laterza, Bari 1964, pp. 463-464.

“[…] In somma noi altre donne, o popoli dell’Italia siamo individui dell’umanità, siamo una metà del genere umano; siamo uguali per natura al rimanente degli uomini; abbiamo un vero diritto naturale di approvare o riprovar le nuove leggi; abbiamo finalmente tutta la propensione necessaria per l’esercizio di questo nostro diritto. Dunque le nostre pretensioni sono giuste, e fondate sulla legge naturale; dunque l’esclusione che fosse per dare in appresso alle donne in tutti i vostri consessi, sarebbe un’esclusione contraria all’equità. Dunque tutti i progetti che da qui innanzi si maneggeranno, tutte le leggi che si pubblicheranno, saranno invalide senza il nostro concorso. Dunque è vostro dovere il chiamar le donne a Consiglio per dare al sistema di libertà ed eguaglianza il conveniente vigore ed autenticità. Non dovrete arrossire d’imitare i dottissimi Ateniesi, ed i prudentissimi Spartani, i quali dividevano colle loro donne le pubbliche cure del Governo. Voi, o Italiani, siete filosofi, e perciò non potrete lasciar di fare quello che v’insegna la filosofia e che vi detta la natura. Voi siete gli amanti della Libertà, non potrete soffrire che rimanga schiava una metà intera del genere umano. Voi siete i difensori dell’eguaglianza, e non potrete far a meno di sostenere la causa di chi  è simile a voi, ed eguale vostro. Voi siete politici, e dovete conoscere per necessità, che se il nostro sesso vi è amico, l’esecuzione del gran vostro progetto è sicura; se è contrario a’ vostri disegni, questi stessi vostri disegni saranno vani. Voi siete finalmente appassionati e pieghevoli pel nostro sesso, e non potrete fare a meno di non armarvi tutti a difesa delle femmine Italiane in una causa si giusta. Così lo speriamo dalla filosofia, dalla giustizia e dall’amorevolezza vostra. [...]”.

martedì 14 luglio 2015

14 luglio 1948: attentato a Togliatti. Di Vittorio: "La CGIL non si tocca!" di Ilaria Romeo



Nel giugno 1948 Giuseppe Di Vittorio in rappresentanza dei lavoratori italiani fa parte della delegazione che partecipa alla XXXI Conferenza del Bureau International du Travail che ha luogo a San Francisco in California.

Rientrerà a Roma il 14 luglio.

Ricorda Anita: “Ciampino era animato più del solito, e Peppino si guardava attorno interrogativo quando un ufficiale, seguito da altra gente, lo raggiunse di corsa gridandogli: «Onorevole! Hanno ucciso Togliatti!» E un altro di rincalzo: «No, non è morto… E’ grave ma è vivo ancora…». Il colpo fu terribile. Vidi il volto di Peppino impallidire e poi immediatamente irrigidirsi in uno sforzo di volontà”. «Chiama subito la Confederazione», mi ordinò. Il comandante ci avvertì: «Sarà difficile telefonare. C’è lo sciopero generale». «Com’è possibile? - Chiese Peppino - Bitossi avrebbe potuto avvertirmi!». Lo informarono allora che l’attentato aveva avuto luogo appena due ore prima [il racconto degli avvenimenti attraverso i comunicati ANSA] e che lo sciopero era esploso immediatamente, senza alcuna direttiva della Confederazione. In realtà la Segreteria confederale si riunì soltanto nel pomeriggio, con la presenza di Di Vittorio [ndr verbale mancante]. Con la presenza di Di Vittorio la Segreteria della Cgil sanzionava lo sciopero già in atto senza fissarne, per il momento il termine. Fu deciso però di riunirsi nuovamente il giorno successivo [ndr verbale mancante], per deliberare sugli sviluppi da dare all’azione. I dirigenti democristiani sottoscrissero la decisione comune, ma il giorno dopo non intervennero alla nuova riunione [ndr verbale mancante] con la quale si decise di limitare la prosecuzione della protesta al mezzogiorno del 16 […] Ma la indignazione dei lavoratori era tale che le disposizioni della Confederazione non vennero applicate dovunque: in alcune città lo sciopero si protrasse ancora per il 16 e il 17 luglio. Cominciavano intanto, da parte governativa, le repressioni, le denunce, gli arresti contro coloro che in quelle giornate avevano diretto il movimento di protesta o vi avevano partecipato.  Ma il colpo più duro inferto al movimento dei lavoratori dopo il 14 luglio non fu nemmeno questa ondata di arresti, ma la rottura dell’unità sindacale”.

Scriverà Di Vittorio il 21 luglio su «Lavoro»: “dal punto di vista degli interessi dei lavoratori, non esiste nessun motivo che possa obiettivamente giustificare la scissione. La CGIL è un’organizzazione unitaria, libera, indipendente, con strut-tura nettamente democratica. Tutti hanno la possibilità in essa di esprimere liberamente le proprie opinioni, e tutti i dirigenti sono liberamente eletti col sistema proporzionale, in modo che ogni cor-rente è rappresentata negli organi dirigenti di tutte le organizza-zioni sindacali. In linea di fatto, attualmente le correnti minoritarie hanno negli organismi dirigenti della Confederazione e di numero-se Federazioni e Camere del Lavoro, una rappresentanza più larga di quella che loro spetterebbe sulla base del sistema proporzionale. E’ per questo che io sono fermamente convinto che la grande maggioranza dei lavoratori democristiani - i quali hanno partecipa-to compatti allo sciopero generale insieme ai loro fratelli delle altre correnti e di nessuna corrente - non si lasceranno abbindolare dalle manovre scissioniste” [LEGGI TUTTO].

Il 26 luglio si riunisce a Roma il Comitato direttivo confederale [leggi il verbale].

“Alcuni giornali - dirà due giorni dopo Di Vittorio su «l’Unità» - hanno parlato di «espulsione» della corrente de-mocristiana dalla CGIL. Non vi è nulla di più inesatto: il Comitato esecutivo della CGIL non ha espulso nessuno. Esso si è limitato a constatare che gli esponenti democristiani, dichiarando rotta irri-mediabilmente l’unità ed iniziando un’attività diretta a creare una nuova organizzazione contro la CGIL, si sono posti naturalmente fuori della Confederazione unitaria, e sono quindi decaduti da tutte le cariche e funzioni sindacali” [LEGGI TUTTO].

Sempre sulle colonne de «l’Unità» dirà  Di Vittorio il 5 agosto [leggi il verbale del CD confederale del 5-7 agosto 1948]: “Gli scissionisti democristiani sono stati degnamente ripagati del loro tradimento contro l’unità dei lavoratori. Essi sono stati ripagati dal coro di plausi che si sono meritati da tutta la stampa gialla, da tutti i giornali finanziati dai grandi industriali, dagli agrari e dai banchie-ri. Gli scissionisti sono stati ripagati, altrettanto degnamente, ma in modo per essi inatteso, dagli autentici lavoratori democristiani, i quali hanno compreso l’inganno e si schierano compatti per l’unità e per la CGIL, isolando i fautori di scissione, i prediletti della stam-pa gialla. Fin quando si trattava di iscriversi alle ACLI, di andare a messa, di ricevere qualche buono di zucchero e di pasta - senza compiere nessuna azione di tradimento verso se stessi e verso i pro-pri compagni di lavoro - non pochi lavoratori ci stavano. Oggi, pe-rò, il gioco è scoperto. Gli esponenti della corrente sindacale demo-cristiana hanno bruciato le tappe, hanno reso chiara la loro volontà di pugnalare alle spalle la CGIL, di spezzare la grande famiglia uni-taria e perciò i lavoratori democristiani li abbandonano, tenendo fede al giuramento di tutti i lavoratori italiani, di non lasciarsi mai più dividere da nessuna manovra, di restare fedeli alla propria uni-tà, alla loro grande CGIL!  […] A tanto sono giunti i fautori di scissione nella loro pervicace volontà di paralizzare, pu-gnalare, annientare la CGIL. Ma a quella pervicacia si oppongono sette milioni di lavoratori. Da questi milioni di lavoratori erompe un solo grido possente, am-monitore: la CGIL non si tocca!” [LEGGI TUTTO].



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lunedì 6 luglio 2015

Dialoghi con Pasolini. Sui fatti di Reggio Emilia del luglio '60




Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione.

Pier Paolo Pasolini




Non so se per il disco di Reggio Emilia si possa parlare di iniziativa: o per lo meno di normatività di tale iniziativa. Esso è stato un puro caso. Me lo scrive la direttrice di Vie Nuove: “Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato lì il registratore, per registrare il comizio: e, invece, finì con il registrare l’agghiacciante sparatoria, non una guerra, ma una fredda carneficina”. Ora io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un’esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile - e anche profondamente bello - che abbia mai sentito.
Sembra uno scherno: tutti gli esperimenti, estetizzanti, di fare poesia con la tecnica, con la casualità della materia pura - dalla musica elettronica alla pittura astratta - appaiono ora come resi ridicoli e penosi proprio da questo esperimento che, di estetizzante, non ha proprio nulla: nato com’è dal caso, semplice riproduzione di una “materia pura”, suoni, urli, spari, rumore, la sua bellezza anche estetica ha momenti sublimi. Perché mai, nemmeno per un istante, la suggestione estetica si distacca dal suo contenuto. Perciò, penso che questo disco resterà unico nel suo genere: qualsiasi altro tipo di riproduzione pura e semplice, preordinata, mi sembra destinata a fallire. Occorre sempre l’elaborazione intellettuale o stilistica del fatto riprodotto, perché questo abbia valore. I critici stilistici dicono che ogni opera ha la sua “interazione figurale”: ossia ogni opera, nell’atto di essere scritta o letta, brano per brano, parola per parola, si integra in una sua totalità immanente ad essa, in una sua ideale conclusione che le dà continuamente senso e unità. Così per questo disco - è atroce dirlo - la interazione figurale, che gli dà quasi una dignità estetica, è la morte dei giovani lavoratori di Reggio, è la calcolata brutalità della polizia: fatti che tutti noi sappiamo, e che quindi integrano in noi, con la loro disperata violenza e con la raggiunta coscienza, le tremende pregrammaticalità del disco.
Quello che colpisce soprattutto, ascoltando questo disco - oltre all’emozione, oltre la pietà - sono due fatti. Il primo è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento. Questo è già stato notato da tutti: e ora capisco come uno dei morenti abbia potuto pronunciare quella frase: “Mi hanno ucciso come sparassero a caccia”. Proprio in questi giorni è di scena Eichmann: egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti che hanno sparato e ucciso saranno simili a quelle già ben note, pur con le debite differenze di atrocità: anch’essi parleranno di ordini, di dovere, ecc. E sono di questi giorni anche certi documenti pubblicati da Paese Sera a proposito delle omissioni del Vaticano durante il periodo delle stragi naziste contro gli ebrei. C’è in tutti questi fatti, un connettivo che li unisce, una atroce somiglianza.
È vero che, nello stesso tempo, la lotta popolare di Reggio, di Genova, di Roma autorizza anche a rinnovare e sentire con maggiore forza quella speranza che sembrava perduta dai giorni della Resistenza: ma ciò non toglie che bisogna essere lucidi e spietati nel valutare il pericolo. Il capitalismo ha raggiunto in questi giorni lo stesso grado di potenza e di ferocia che aveva raggiunto prima della guerra: ed era più pericoloso, perché i moralisti-cattolici sono meno idioti dei fascisti.
E siamo al secondo fatto che colpisce nel disco di Reggio: cioè la sensazione netta che a lottare non siano più dei dimostranti italiani e una polizia italiana, in un doloroso ma normale, direi, momento del processo di evoluzione della classe operaia: come accadeva per esempio ancora negli eccidi del primo dopoguerra, a Melissa o a Modena. Si ha l’impressione che si trovino ora di fronte due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti. I poliziotti che sparano non sembrano nemmeno degli italiani, se questa categoria ha ragione di essere almeno come dato sentimentale. Tra i lavoratori e la polizia c’è un salto di qualità, di nazionalità.
Al tempo di Melissa e di Modena, la polizia non era stata ancora riorganizzata: era stata messa insieme un po’ confusamente, era una sezione della “ricostruzione”: essa difendeva genericamente un ordine costituito secondo un canone di lotta tradizionale, che la Resistenza aveva alquanto fiaccato. Ora invece la polizia è perfettamente organizzata, per opera di Scelba e di Tambroni: è un corpo ponderoso, deciso, politicamente orientato e cosciente. Inoltre, come documenta un giornalista, non certo marxista sull’Europeo, Renzo Trionfera, esso è direttamente legata al Vaticano.
La polizia italiana, insomma, si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com’è crollata la legge-truffa, com’è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione.
Le nuove leve di giovani lo dimostrano. 
Pier Paolo Pasolini

Dalla rubrica Dialoghi con Pasolini, Vie Nuove, a. XV, n. 33, 20 agosto 1960, in Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere: dialoghi 1960-1965a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma 1977. 

Andavano col treno giù nel meridione per fare una grande manifestazione

di Ilaria Romeo responsabile Archivio storico CGIL nazionale Il 22 ottobre del 1972 cinquantamila lavoratori arrivano a...