domenica 31 maggio 2015

Luciano Lama nei ricordi di Rinaldo Scheda

Il 31 maggio 1996 muore a Roma Luciano Lama.

Così nel suo diario personale inedito e conservato presso l’Archivio storico CGIL nazionale lo ricorda Rinaldo Scheda, segretario confederale della Cgil dal 1957 al 1979.

“La morte di Luciano Lama ha suscitato dolore, sconforto in molte lavoratrici e molti lavoratori, anche tra quelli più giovani che non l’avevano conosciuto ma avevano sentito parlare di lui dai più anziani.
I rappresentanti delle più importanti istituzioni, a cominciare dal capo dello Stato, il presidente del Consiglio dei ministri, i dirigenti nazionali delle confederazioni sindacali, gli esponenti dei partiti politici e delle associazioni imprenditoriali, alla salma di Lama hanno reso un omaggio non formale ma hanno invece manifestato una stima sincera e una solidarietà piena verso lo sgomento dei familiari.
Perché questa partecipazione? A questo interrogativo in molti hanno già risposto. Cinquant’anni di attività intensa ai più alti livelli nel sindacato, nelle istituzioni e nel suo partito hanno lasciato un segno destinato a rimanere […]
E’ noto che la parte fondamentale del suo impegno l’ha dedicata al movimento sindacale.
L’ho conosciuto nel 1945 quando gli fu affidata la direzione della Camera del lavoro di Forlì. Due anni dopo come vice segretario nazionale della CGIL partecipò ai lavori del Congresso della camera del lavoro di Bologna. Il discorso conclusivo dei lavori di quel Congresso destarono [sic] in tutti i delegati una impressione molto positiva. Mi felicitai con lui perché quasi mio coetaneo dimostrò una capacità molto superiore alla mia e di tanti altri giovani sindacalisti.
Lo incontrai a Roma in via Boncompagni.
Fui destinato, alla fine del 1952, a dirigere la Federazione dei lavoratori edili. Non ricordo se si era già trasferito alla Federazione dei lavoratori chimici. La sede della FILCEA era al piano superiore dove con Brodolini lavoravamo alla FILLEA.
Ci vedevamo spesso per scambiarci delle opinioni sulla situazione sindacale e politica che era allora molto difficile.
Evitavamo di parlare del campionato di calcio perché lui sosteneva la Juventus mentre io in quel periodo facevo il tifo per il Bologna”.

L’interesse di Lama verso il cal­cio è un fatto noto e non iso­lato: narra la leggenda che Pal­miro Togliatti ogni lunedì mattina chie­desse al vice­se­gre­ta­rio del Pci, Pie­tro Sec­chia, che cosa avesse fatto la Juve il giorno prima.

Anche Enrico Ber­lin­guer, pur avendo nel cuore il Cagliari, alle cui par­tite assi­steva quando andava in Sar­de­gna per impe­gni poli­tici, si tenne sul solco del tifo bian­co­nero.



A proposito di un insospettabile Di Vittorio racconta la moglie Anita: “Durante il Congresso [I Congresso confederale unitario, Firenze, 1-7 giugno 1947] erano state organizzate manifestazioni culturali e sportive. Fra queste ultime anche delle partite di calcio, una delle quali tra baresi e fiorentini. Di Vittorio doveva consegnare una coppa alla squadra vincente. All’inizio della partita fece gli auguri ad ambedue le squadre ma certo nel suo intimo parteggiava per i baresi. Con quanta passione seguì la partita! Per me fu una vera e propria rivelazione: mi accorsi che Peppino era un «tifoso». Si sbracciava, urlava: «Dai, Bari! Forza!» Ma i baresi furono clamorosamente sconfitti, e se ben ricordo, non fecero nemmeno un goal. Di Vittorio dovette consegnare la coppa alla squadra «stravincente» e lo fece con un sorriso involontariamente amaro. «Che figura mi hanno fatto fare!» mormorò. Ma poi, sportivamente, si felicitò con i giocatori fiorentini” (A. Di Vittorio, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi Editore, Firenze 1965, p. 151).

di Ilaria Romeo
Pubblicato su Rassegna.it

venerdì 29 maggio 2015

Ricordando Luciano Lama


Il 31 maggio 1996 muore a Roma Luciano Lama, giovane partigiano protagonista della stagione fondativa della democrazia italiana, dirigente sindacale e uomo di sinistra, costruttore del sindacato e della Repubblica.

Ricordarlo nell'anniversario della sua scomparsa per la CGIL non è soltanto un atto dovuto verso un dirigente che ha guidato l’organizzazione per sedici anni dal 1970 al 1986, ma un’occasione di riflessione sul proprio passato e sul proprio futuro.

Lama infatti rappresenta la generazione della Resistenza, e il periodo della sua Segreteria - dall’Autunno caldo al referendum sulla scala mobile con la fine dell’unità sindacale e la crisi del PCI - vede il punto massimo del potere del sindacato e nello stesso tempo il suo ripiegamento di fronte all’avanzare delle ideologie neo liberiste.

Fra i principali artefici dell’intesa unitaria, strenuo sostenitore dell’unità sindacale e ideatore del Patto federativo dopo che le speranze dell’unità organica erano state momentaneamente accantonate in seguito alla vittoria del centro-destra nelle elezioni politiche anticipate del maggio 1972, la sua Segreteria è la più lunga nella storia ultracentenaria della CGIL.

Arrivato al vertice della Confederazione poche settimane dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, Lama vive con la massima fermezza possibile - dalla bomba di Piazza della Loggia a Brescia a quella alla stazione di Bologna, dall’omicidio di Moro a quello di Guido Rossa - la stagione dello stragismo prima e del brigatismo dopo.

Al centro della scena pubblica per più di cinquanta anni, Lama sa come coniugare le forme più classiche della mobilitazione sindacale con i linguaggi della politica nella società di massa, attraverso una presenza efficace tanto nelle lotte operaie quanto nella comunicazione politica.

I documenti spesso inediti riprodotti a seguire ci restituiscono un Lama sotto certi aspetti inedito, raccontandoci di un uomo riservato e a volte schivo, dalla immensa personalità e carica umana: un uomo circondato di vero affetto, amato da compagni e lavoratori, stimato dagli avversari come avversario duro ma leale.

Il laureato

Luciano Lama nei ricordi di Rinaldo Scheda

Luciano Lama sullo Statuto

Luciano Lama. Il sindacalista che parlava al Paese





giovedì 28 maggio 2015

Ore 10,12. Carneficina in Piazza della Loggia


di Ilaria Romeo

Responsabile Archivio storico CGIL nazionale

Il 28 maggio 1974 a Brescia, durante una manifestazione unitaria del sindacato, scoppia una bomba a Piazza della Loggia.

È una strage fascista; i morti sono otto, di cui cinque attivisti della CGIL: Giulietta Banzi Bazoli di anni 34, Livia Bottardi Milani di anni 32, Clementina Calzari Trebeschi di anni 31, Euplo Natali di anni 69, Luigi Pinto di anni 25, Bartolomeo Talenti di anni 56, Alberto Trebeschi di anni 37, Vittorio Zambarda di anni 60.

Raccontiamo gli avvenimenti di quella giornata attraverso i quotidiani del giorno stesso e dei giorni a seguire, le foto, il discorso di Luciano Lama ai funerali delle vittime che riproponiamo nella sua interezza:

“Signor Presidente della Repubblica, Signor Presidente del Consiglio, dirigenti di partiti democratici, amici, compagni di Brescia, l’Italia dei lavoratori, l’Italia democratica è presente oggi qui a Brescia per dare il saluto estremo a suoi lavoratori e dirigenti sindacali, tre donne e tre uomini uccisi martedì in questa stessa piazza, dalla furia omicida di criminali fascisti. Questa strage di innocenti, di cittadini onesti, esemplari, costituisce l’ultimo anello di una catena che ha avuto inizio a Piazza Fontana nel ‘69 e che in altre regioni d’Italia e in questa stessa provincia si è via via snodata in attentati, in fatti di sangue, in insulti allo spirito democratico e alla serenità del nostro popolo. Questi nostri fratelli sono stati uccisi perché protestavano contro il fascismo, perché volevano che a trent’anni dalla liberazione la vita democratica potesse svolgersi in Italia sulla base di principi costituzionali: difendevano la nostra libertà, la libertà degli italiani. Il loro sacrificio dimostra che i valori fondamentali della Resistenza non sono pienamente operanti in Italia. Il loro sacrificio denuncia una carenza drammatica della nostra democrazia: longanimità, incertezze, complicità, anche, che permettono al risorgente fascismo di rialzare la testa e di seminare lutti e stragi nel nostro Paese. Eppure le forze che vogliono difendere la Repubblica e le istituzioni sono grandi e vigilanti. Lo abbiamo visto l’altro ieri, nel corso delle imponenti manifestazioni svoltesi in ogni città d’Italia durante lo sciopero proclamato dalla Federazione CGIL-CISL-UIL. I fascisti, i criminali sono isolati, raccolgono disprezzo e indignazione fra le masse lavoratrici, non riescono a seminare paura e confusione. Ma il consenso della popolazione italiana, la determinazione ferma delle masse lavoratrici a difendere nella pratica i valori della democrazia, devono trovare corrispettivo adeguato nella fermezza con la quale il governo e l’autorità dello Stato applica la legge, nella sua versione severa e dura nei riguardi dei criminali omicidi. Non è sufficiente, oggi, la condanna dei crimini. Di fronte a questi poveri morti, di fronte a questi nostri morti noi diciamo basta! Diciamo che gli attentati devono essere prevenuti, che i fascisti devono essere perseguiti, che le centrali della provocazione e del terrorismo devono essere snidate e distrutte. I lavoratori sono un presidio della democrazia e non si fanno giustizia da se, ma chiedono, ma vogliono che giustizia sia fatta: e in un Paese democratico la difesa della libertà spetta alle Istituzioni. In questa opera di restaurazione della democrazia esse avranno la collaborazione delle masse lavoratrici e dei cittadini per individuare e colpire i sovvertitori dell’ordine democratico. La Federazione CGIL-CISL-UIL sente profondamente il rapporto che esiste tra la difesa delle libertà e le condizioni economico-sociali delle masse popolari. Per questo anche il nostro impegno di questi giorni per una politica di riforme e di sviluppo economico che muti progressivamente i modelli a cui l’economia italiana si è conformata negli ultimi decenni, ha per noi un profondo significato di carattere generale. Le minacce di un serio, ulteriore deterioramento della situazione economica e di conseguente caduta dell’occupazione, rappresentano a nostro giudizio un pericolo incombente per gli spazi che in tal modo si offrirebbero alle manovre eversive dei nemici della Repubblica. Il fascismo non solo in Italia ha sempre utilizzato le inquietudini e l’insicurezza sociale delle masse più diseredate per costruire sulla disperazione dei poveri, col finanziamento di gruppi le proprie fortune politiche. Per queste ragioni, per una difesa valida dei principi di libertà, per combattere con efficacia l’eversione fascista è dunque essenziale agire sull’economia per l’aumento dell’occupazione e per lo sviluppo del Paese. Anche in questo campo, come in quello più specifico dell’azione antifascista e della difesa della democrazia, un compito essenziale, ribadito solennemente in questi giorni, spetta alle forze politiche democratiche che hanno fatto la Resistenza, la Repubblica, la Costituzione. Nel momento triste del saluto estremo ai nostri compagni e fratelli, vogliamo esprimere come Federazione sindacale la nostra commozione, la nostra partecipazione al dolore delle madri, dei padri, dei figli, dei fratelli, dei congiunti dei sei caduti. Noi abbiamo conosciuto anche di persona alcune di queste vittime della barbara aggressione fascista. Erano donne e uomini semplici, impegnati nel lavoro del sindacato come in una missione di emancipazione sociale e di liberazione morale ed umana. Credevano profondamente nel valore di uno strumento che unisce i lavoratori fra di loro non solo per difendere e migliorare la condizione materiale ma per dare alle classi lavoratrici una ragione di lotta, di impegno civile, di sviluppo culturale e umano. Chi di noi ha avuto durante il periodo antifascista, nella guerra partigiana fratelli, compagni caduti sulle montagne, sa che il dolore della perdita di oggi e inconsolabile e sa, nel contempo, che anche per onorare questi morti c’è un mezzo solo: continuare l’opera loro, impegnarsi nell’azione, battersi per le idee che hanno riempito la loro esistenza di militanti. I lavoratori non si piegheranno sotto il terrorismo dei fascisti, mandanti o sicari. La determinazione delle masse lavoratrici, del mondo sindacale, di tutte le forze democratiche non permetterà che il passato ritorni. Brescia, 31 maggio 1974”.

mercoledì 20 maggio 2015

Lo Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori di Giuseppe Di Vittorio (da «Lavoro», n. 43, 25 ottobre 1952)

La proposta da me annunciata al recente Congresso dei Sindacati chimici – di precisare in uno Statuto i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende – ha suscitato un enorme interesse fra le masse lavoratrici d’ogni categoria. Il Congresso della Camera del Lavoro di Mantova, per esempio, ha chiesto che lo Statuto stesso venga esteso anche alle aziende agricole. E qui è bene precisare che la nostra proposta, quantunque miri sopratutto a risolvere la situazione intollerabile che si è determinata nella maggior parte delle fabbriche, si riferisce, naturalmente, a tutti i settori di lavoro, senza nessuna eccezione. Le prime reazioni padronali alla nostra proposta sembrano, invece, per lo meno incomprensibili. «Il Globo», infatti – giornale notoriamente ispirato dagli ambienti industriali – pretende che io, avanzando la proposta dello Statuto, avrei dimenticato «troppe cose». Che cosa? Ecco: «che gli stabilimenti non sono proprietà pubblica ma ambienti privati di lavoro nei quali l’attività di tutti, dirigenti e imprenditori compresi, è vincolata e coordinata al fine produttivo da raggiungere»; che esistono i contratti di lavoro, «nei quali sono previsti i doveri e i diritti dei lavoratori nell’ambito del rapporto contrattuale»; che esistono le Commissioni interne, ecc. ecc. È giusto. Tutte le cose che ricorda «Il Globo» esistono; e nessuno lo ignora. Il giornale degli industriali, però, dimentica un’altra cosa, che pure esiste: è la Costituzione della Repubblica, la quale garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi, una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere, nei confronti di lavoratori. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dall’azienda. È vero che le fabbriche sono di proprietà privata (non è qui il caso di discutere questo concetto), ma non per questo i lavoratori divengono anch’essi proprietà privata del padrone all’interno dell’azienda. Il lavoratore, anche sul luogo del lavoro, non diventa una cosa, una macchina acquistata o affittata dal padrone, e di cui questo possa disporre a proprio compiacimento. Anche sul luogo del lavoro, l’operaio conserva intatta la sua dignità umana, con tutti i diritti acquisiti dai cittadini della Repubblica italiana. Se i datori di lavoro avessero tenuto nel dovuto conto questa realtà, chiara e irrevocabile – e agissero in conseguenza – la necessità della mia proposta non sarebbe sorta; non avrebbe dovuto sorgere. Il fatto è, invece, che numerosi padroni si comportano nei confronti dei propri dipendenti come se la Costituzione non esistesse. Si direbbe che la parte più retriva e reazionaria del padronato (la quale non ha mai approvato la Costituzione, ma l’ha subita, a suo tempo, solo per timore del «peggio»), mentre trama per sopprimerla, l’abolisce, intanto, all’interno delle aziende. L’opinione pubblica ignora, forse, che in numerose fabbriche s’è istaurato un regime d’intimidazione e di terrore di tipo fascista che umilia e offende i lavoratori. I padroni e i loro agenti sono giunti al punto d’impedire ai lavoratori di leggere il giornale di propria scelta e di esprimere una propria opinione ai compagni di lavoro, nelle ore di riposo, sotto pena di licenziamento in tronco. Si è giunti ad impedire ai collettori sindacali di raccogliere i contributi o distribuire le tessere sindacali, durante il pasto o prima e dopo l’orario di lavoro. Se durante la sospensione del lavoro, l’operaio legge un giornale non gradito al padrone, o l’offre a un collega, rischia di essere licenziato. Si è osato licenziare in tronco un membro di Commissione Interna perché durante la colazione aveva fatto una comunicazione alle maestranze. Si pretende persino che la Commissione Interna sottoponga alla censura preventiva del padrone il testo delle comunicazioni da fare ai lavoratori. Peggio ancora: si è giunti all’infamia di perquisire gli operai all’entrata della fabbrica, per assicurarsi che non portino giornali o altri stampati invisi al padrone. Tutto questo è intollerabile. E tutto questo non è fatto a caso, né per semplice cattiveria. Tutto questo è fatto per calcolo; è fatto per affermare e ribadire a ogni istante, in ogni modo, l’assolutismo padronale onde piegare il lavoratore a uno sforzo sempre più intenso, a un ritmo di lavoro sempre più infernale, alla fatica più massacrante, sotto la minaccia costante del licenziamento. E tutti sono in grado di misurare la gravità di questa minaccia, in un Paese di disoccupazione vasta e pertinente come il nostro. È un fatto che l’instaurazione di questo assolutismo padronale nelle fabbriche è accompagnata da un aumento crescente del ritmo del lavoro. Il supersfruttamento dei lavoratori è giunto a un tale punto da determinare un aumento impressionante degli infortuni sul lavoro (anche mortali) e delle malattie professionali, come abbiamo ripetutamente documentato. Soltanto nelle aziende della Montecatini abbiamo avuto 35 morti per infortuni in un anno! Questa situazione non è tollerabile. Bisogna ripristinare i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende e porre un limite a queste forme micidiali di supersfruttamento. Intendiamoci bene: noi non siamo contro la necessaria disciplina in ogni lavoro; ma deve trattarsi della disciplina normale, umana. Non contestiamo affatto che il lavoratore, durante le ore di lavoro, abbia lo stretto dovere di adempiere al suo compito professionale. E noi sappiamo bene che la generalità dei lavoratori concepisce l’adempimento scrupoloso del proprio dovere come primo fondamento della propria dignità professionale. Ma fuori delle ore di lavoro durante il pasto, prima dell’inizio del lavoro e dopo la cessazione, i lavoratori sono, anche all’interno dell’azienda, liberi cittadini, in possesso di tutti i diritti garantiti agli altri cittadini, per cui hanno l’incontestabile diritto di parlare, di esprimere liberamente le loro opinioni, di distribuire le tessere della propria organizzazione, di collettare i contributi sindacali, ecc. ecc., così come hanno il diritto di farlo fuori della fabbrica. Il «vincolo contrattuale» con l’azienda – di cui parla «Il Globo» – è un vincolo di lavoro, non di coscienza. Ottenuto il lavoro dovuto dall’operaio, il padrone non deve pretendere null’altro. Naturalmente, le minacce e gli abusi di cui sono vittime quotidianamente numerosi lavoratori, danno spesso luogo a proteste collettive, ad agitazioni, a scioperi. Se si continuasse ad andare avanti nel senso deplorato, queste agitazioni sarebbero destinate a moltiplicarsi e a generalizzarsi, dato che la situazione è giunta al punto estremo della sopportabilità. Dalle fabbriche e da altri luoghi di lavoro si leva una protesta unanime, accorata, come sorgente da un bisognodi respirare, di sentirsi liberi, anche all’interno delle aziende. La nostra proposta tende a risolvere la questione in modo pacifico e normale, mediante l’adozione d’uno Statuto che, ribadendo i diritti imprescrittibili dei lavoratori, non dia luogo né agli abusi lamentati, né alle agitazioni che ne conseguono. E poiché si tratta d’un interesse vitale e generale di tutti i lavoratori, senza distinzioni di correnti, riteniamo perfettamente possibile un accordo con le altre organizzazioni sindacali, sia nella formulazione dello Statuto che propugniamo, sia nell’azione da svolgere per ottenerne l’adozione.

martedì 12 maggio 2015

Dal 25 aprile al 9 maggio

Dal 25 aprile al 9 maggio trascorrono solo due settimane.

Due settimane ricchissime di eventi che La CGIL nel novecento ha cercato di raccontare come sempre attraverso foto, video, documenti d’Archivio anche inediti.

Su Rassegna.it abbiamo celebrato i 71 anni della riconquistata libertà attraverso la pubblicazione del racconto inedito di quelle giornate a Milano redatto in forma di verbale da un giovanissimo partigiano Leone (all’anagrafe Bruno Trentin).

Sempre sul 25 aprile abbiamo pubblicato i video Ora e sempre Resistenza e La Liberazione, il Patto di Roma (cui ha fatto seguito la puntata successiva Guerra fredda e ricostruzione), oltre che la riproduzione fotografica del documento attestante la resa di Genova (unico caso europeo in cui un corpo d’armata tedesco si sia arreso a formazioni partigiane) consegnato alla CGIL dal sindaco Gelasio Adamoli in occasione del secondo Congresso confederale (Genova, 4-9 ottobre 1949). Il documento, ritrovato nei locali dell’Archivio storico CGIL nazionale, è stato donato alla Segreteria confederale che oggi lo conserva.

Abbiamo festeggiato il Primo maggio attraverso foto, video (Primo maggio-La storia), il testo dell’articolo pubblicato da Giuseppe Di Vittorio su «Lavoro», giornale rotocalco della CGIL dal 1948 al 1962 per la celebrazione del Primo maggio1953, i ricordi, indimenticabili, del Primo maggio 1945.

Infine abbiamo ricordato la data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani il 9 maggio 1978 attraverso l’articolo pubblicato su Rassegna.it dal titolo Il caso Moro nelle carte della Cgil.
L’articolo, arricchito dalla riproduzione digitalizzata dei documenti citati, è consultabile anche sul nostro blog.

venerdì 8 maggio 2015

Il caso Moro nelle carte della CGIL

Il 16 marzo 1978 (giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti) la Fiat 130 che trasporta Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati, viene intercettata tra via Fani e via Stresa da un commando delle Brigate Rosse. I cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e  Francesco Zizzi) vengono uccisi sul colpo, Aldo Moro è sequestrato. Dopo una prigionia di 55 giorni il suo corpo sarà ritrovato il 9 maggio a Roma in via Caetani, emblematicamente vicina sia a Piazza del Gesù che a via delle Botteghe Oscure.

La Cgil vive con commossa partecipazione i 55 giorni del rapimento, proclamando il 16 marzo stesso insieme a Cisl e Uil lo sciopero generale.
Grandi manifestazioni hanno luogo a Bologna, Milano, Napoli, Firenze, Perugia e Roma dove 200.000 persone si raccolgono in piazza San Giovanni. Così Luciano Lama dal palco: “Io credo, campagne e compagni che nelle grandi prove, nei momenti decisivi come questo si misurano in effetti le qualità vere, migliori di una classe, di una popolazione, di una nazione. Sul mondo del lavoro unito incombe un compito importante nella difesa dei valori essenziali della libertà, della democrazia, della civiltà nostra; […] dobbiamo sentire che l’intesa, l’unità fra di noi è una delle garanzie vere, delle possibilità della democrazia, della libertà di trovare nel nostro popolo la sua difesa essenziale. Dimostriamo in questo momento difficile, in questo momento tragico della vita del Paese di essere all’altezza di questo grave compito”.

Il 18 aprile, XXX anniversario della vittoria democristiana nelle elezioni del 1948, trentaquattresimo giorno del rapimento Moro arriva quello che poi sarà definito il falso comunicato numero sette delle Brigate Rosse il cui contenuto dà per avvenuto l’assassinio di Moro e indica il luogo dove ricercarne il corpo.
La Segreteria Cgil è riunita in Corso Italia. La riunione convocata dalla Segreteria confederale con la Segreteria del Sindacato scuola, della Fiom, della Federbraccianti, della Federazione enti locali e ospedalieri e degli enti statali per avviare una riflessione in preparazione del convegno unitario per il diritto allo studio che si terrà a Montecatini il 3-4-5 maggio viene sospesa non appena si riceve la notizia.

Due giorni dopo, il 20 aprile, alla redazione di «la Repubblica» arriva il vero comunicato n. 7: è il comunicato dell’ultimatum: “Scambio di prigionieri o lo uccidiamo”.

Il 21 aprile “la Segreteria confederale si riunisce in via straordinaria per valutare gli ultimi sviluppi della vicenda relativa al rapimento dell’on. Moro. Nel comunicato delle ‘brigate rosse’ di ieri mentre si denuncia come apocrifo il comunicato precedente che indicava l’avvenuta uccisione dell’on. Moro, si fissa l’ultimatum dello scambio del rapito con 13 brigatisti attualmente in carcere. Questi elementi di novità nella situazione e le prese di posizione diverse emerse nei giorni scorsi all’interno del movimento sindacale, sembrano escludere, secondo la Segreteria, la possibilità di una valutazione unitaria della Federazione.
Si discute quindi sull’opportunità di una dichiarazione della Segreteria della Cgil.
La Segreteria, dopo un dibattito cui partecipano tutti i presenti escluso Verzelli [Lama, Marianetti, Giovannini, Didò, Garavini, Trentin, Zuccherini, Giunti], pur ritenendo utile un intervento di orientamento per le strutture periferiche, deve registrare l’impossibilità di una presa di posizione perché si sono evidenziate notevoli differenze sia di principio che di ordine politico nel merito della questione relativa alla possibilità o meno di una trattativa coi brigatisti da parte dello Stato”.

L’epilogo della vicenda è tristemente noto a tutti.  Nel comunicato n. 9 la Brigate rosse scrivono: “Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”.

Così, sempre dal palco di Piazza San Giovanni a Roma dirà il 10 maggio Luciano Lama: “Anche oggi come il 16 marzo Roma è qui in questa piazza per esprimere alla famiglia Moro e alla Democrazia cristiana la solidarietà dei lavoratori e per ribadire con fermezza incrollabile la volontà del nostro popolo di difendere lo Stato democratico, le nostre libertà […] Chi era Aldo Moro? Egli era il capo di un Partito col quale il movimento sindacale in questi decenni ha avuto anche momenti di contrasto e di lotta. Era uomo di Partito e uomo di Stato, era, io credo, un moderato nella concezione politica e nel carattere, ma un moderato illuminato da una viva intelligenza e sensibilità sulle trasformazioni in atto nella società italiana, attento e lungimirante nel prevedere gli sviluppi dei processi che si svolgevano anche nel profondo di questa società. […] Noi sappiamo che le Brigate Rosse colpiranno ancora e potranno colpire uomini politici, sindacalisti, cosa che hanno già cominciato a fare, e dirigenti di impresa e poliziotti. La lotta contro il terrorismo non finisce oggi, anche se il miglioramento dell’efficienza dell’apparato dello Stato dovrà rendere più spedita l’azione contro le forze eversive. Ma se il Paese rinserrerà le sue file, se il destino d’Italia sarà preso nelle proprie mani da ogni lavoratore, l’esito finale di questa dura prova è sicuro: le Brigate Rosse potranno ancora distruggere e uccidere, la loro barbarie inumana potrà farci ancora soffrire, ma essi non prevarranno”.

di Ilaria Romeo


martedì 5 maggio 2015

Di Vittorio e la cultura

"Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…"
II Congresso della cultura popolare, Bologna 11 gennaio 1953.

30 maggio 1924, Giacomo Matteotti alla Camera dei deputati

Matteotti : Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, deg...