venerdì 26 maggio 2017

Per la democrazia, contro il fascismo


di Ilaria Romeo
Responsabile Archivio storico CGIL nazionale



Il 28 maggio 1974 a Brescia, durante una manifestazione unitaria del sindacato, scoppia una bomba in Piazza della Loggia.

È una strage fascista; i morti sono otto, di cui cinque attivisti della CGIL: Giulietta Banzi Bazoli di anni 34, Livia Bottardi Milani di anni 32, Clementina Calzari Trebeschi di anni 31, Euplo Natali di anni 69, Luigi Pinto di anni 25, Bartolomeo Talenti di anni 56, Alberto Trebeschi di anni 37, Vittorio Zambarda di anni 60.

Poco più di due settimane più tardi, il 15 giugno (la mattina del 16 morirà lottava vittima della strage, Vittorio Zambarda), Rinaldo Scheda lancia dalle colonne di Rassegna Sindacale un duro atto d'accusa nei confronti delle connivenze tra neofascismo e settori deviati dello Stato:

"Le dimensioni raggiunte dalla protesta antifascista, in tutto il Paese, dopo la strage di Brescia (ndr: a Milano oltre 200 mila persone confluiscono a piazza del Duomo, dove a nome della Federazione unitaria parla Agostino Marianetti, a Napoli, alla presenza di circa 100 mila manifestanti, a parlare è Franco Marini, a Bologna in piazza Maggiore parla Bruno Trentin, a Torino Giorgio Benvenuto, a Roma, in Piazza San Giovanni, intervengono Luciano Lama e Luigi Macario), hanno fatto registrare un isolamento del fascismo forse mai raggiunto in Italia negli ultimi trent'anni.
“In una situazione economica e sociale molto difficile, nella quale i fascisti avevano innestato una nuova, calcolata azione provocatoria con l'intento di aggravare lo stato di confusione e trarre così il massimo vantaggio per la realizzazione dei loro disegni eversivi, gli effetti prodotti dal loro gesto criminale sono stati l'esatto contrario di quel che speravano e hanno suscitato un'aggregazione dell'antifascismo di proporzioni eccezionali e di profondo significato politico. Si sono create così le condizioni per portare finalmente in fondo il necessario, urgente e radicale risanamento della vita democratica italiana. Ciò si può e si deve fare attraverso una efficace azione repressiva contro i rigurgiti del fascismo organizzato e contro tutte le complicità, tutte le protezioni di cui godono. Solo se questa azione sarà portata avanti senza incertezze, e con la durezza che ci vuole, verranno sgominate ovunque si annidano, le basi dell'eversione antidemocratica, e colpiti i loro protettori e ispiratori. Questo è stato chiesto a gran voce e in modo unanime nelle migliaia di manifestazioni alle quali hanno partecipato milioni di lavoratori e di antifascisti e tanta gente semplice, indignata e preoccupata per ciò che sta accadendo. Saprà capire lo Stato, sapranno capire le sue strutture e le forze di governo la volontà, l'ammonimento, le indicazioni in cui si concentra e si esprime il senso politico delle manifestazioni unitarie? Questo interrogativo incombe sulle prospettive della vita politica italiana, perché dalla risposta che gli si darà deriva il ruolo che si vuole assegnare alla partecipazione, delle masse nella vita politica del Paese. Cioè la loro volontà, così come si è espressa con tanto slancio nelle ultime settimane, conta veramente, pesa realmente sulle forze che dirigono il Paese o viene solo blandita o formalmente esaltata per poi fingere che non esiste e lasciare andare le cose del Paese come prima? Il movimento sindacale, protagonista del grande sciopero generale antifascista del 29 maggio, ha chiesto una vera e propria svolta da parte del governo e dell'apparato statale nei confronti dell'eversione fascista. Mille e più prove dimostrano che se l'azione contro il fascismo non è guidata con grande determinazione le falle, le sfasature e le obiettive compiacenze di certi settori dell'apparato statale sono destinate a perpetuarsi e ad aggravarsi. E stato sufficiente, nei giorni successivi alla strage di Brescia, di fornire una indicazione più chiara alle forze dell'ordine e ad altri settori dell'apparato statale, per far venire alla luce episodi e vicende che danno la dimostrazione di ciò che si stava tramando. E per ora, come si dice, volano soltanto gli stracci. I nomi finora entrati nella rete delle diverse indagini in corso sono quelli di squallidi esecutori delle follie criminali di questo o quel gruppo di fascisti. Bisogna andare invece alla radice e colpire i protettori, i finanziatori. Si debbono portare alla luce le complicità con i fascisti che si annidano nell'apparato statale. Risulta con chiarezza che responsabili di settori delicati dell'apparato statale non hanno operato tempestivamente per prevenire azioni criminali, e altri che potevano colpire i protagonisti di questi delitti non l'hanno fatto. Sappiamo bene che l'alibi alimentato per troppo tempo da forze politiche di governo attraverso la teoria degli opposti estremismi ha consentito agli organi dirigenti della polizia e della magistratura una condotta praticamente diversiva rispetto agli obiettivi verso cui occorreva dirigere l'azione repressiva in difesa del regime democratico. Il movimento sindacale, i lavoratori dicono che lo stato democratico ha l'autorità e la forza, purché lo voglia, di spazzare una volta per tutte la provocazione fascista. Chiedono misure conseguenti, non solo contro il teppismo criminale, ma contro chi organizza, paga e protegge politicamente i teppisti. Occorre andare fino in fondo per chiarire il ruolo svolto dagli esponenti del MSI e di certi settori del mondo padronale nella scelta di scatenare e sfruttare ai propri fini la violenza. Occorre un taglio netto con uomini dei corpi dello Stato - separati e non separati - che nei fatti hanno manifestato incertezze, parzialità o simpatia verso persone, gruppi o attività di tipo fascista. I lavoratori non si contentano più di gridare il loro basta nei confronti della violenza fascista. Lo stato democratico, emanazione di ciò che la Resistenza ha voluto che fosse la società italiana, deve essere guidato costantemente da una linea di condotta decisamente antifascista: nei fatti e non solo nelle dichiarazioni di principio. Sappiamo bene che l'antifascismo oggi non si esaurisce nella vigilanza democratica e nella lotta contro le provocazioni dei killer del teppismo nero. E necessario operare per una società più giusta, cioè liquidare gli squilibri sociali e assicurare a tutti i lavoratori l'occupazione, garantire la capacità di acquisto delle loro retribuzioni, e fornire a loro e ai cittadini servizi sociali degni di una società moderna. Esiste in sostanza un intreccio profondo, e di ciò sono sempre lucidamente consapevoli le masse lavoratrici, tra una lotta conseguente contro le trame fasciste e l'azione per rinnovare le strutture sociali e gli indirizzi economici del Paese. Non c'è un prima e un dopo. Ma deve essere chiaro che il movimento sindacale, nel momento in cui agisce a livello di società, non incide solo sulle strutture e sugli orientamenti economici e sociali, ma attacca a fondo tutto ciò che frena il cammino della democrazia, e in primo luogo lotta a fondo contro il fascismo".

FOTO, VIDEO E DOCUMENTI. LEGGI IL DISCORSO DI LUCIANO LAMA IL GIORNO DEI FUNERALI

martedì 23 maggio 2017

MIRAFIORI ACCORDI E LOTTE

Certi di fare cosa gradita, segnaliamo il sito Mirafiori accordi e lotte (http://www.mirafiori-accordielotte.org/).

“I materiali contenuti in questo sito - si legge nella home - raccontano lo scontro, sindacale e politico, all’interno di una grande fabbrica, la Fiat Mirafiori a Torino, le cui vicende hanno inciso profondamente sulla storia del nostro paese e che oggi si trova al centro di una sfida cruciale per la nostra democrazia.

Il sito contiene materiali di fonti diverse, ma non si propone una narrazione asettica. È anzi decisamente schierata dalla parte dei lavoratori. Alle loro lotte di oggi, ma anche alla ricostruzione della loro storia, da trasmettere con orgoglio alle nuove generazioni, vogliamo dedicare l’impegno a raccogliere in un unico contenitore materiali finora dispersi in sedi diverse, spesso solo in formato cartaceo, dalla evoluzione delle tecnologie alla composizione della manodopera, dagli accordi alla loro applicazione, dalle testimonianze individuali, alla storia ed alla evoluzione delle  diverse forme di rappresentanza e di comunicazione.

Oltre a fatti e documenti il sito darà ampio spazio alla riflessione, aperta a tutti, in particolare su un nodo centrale: perché abbiamo vinto e perché abbiamo perso. Per questo sarà un sito “aperto”, a posizioni e interpretazioni diverse. Intendiamo garantirlo anche perché siamo cresciuti sempre nel confronto, spesso assai aspro, tra posizioni anche contrastanti.

Sarà anche un “work in progress”, avviato da un gruppo di persone che hanno vissuto la straordinaria esperienza degli anni ’60 e ’70 e quindi molto ricco di materiali su questi due decenni, ma che intende raccogliere altrettanti materiali sui decenni seguenti e sul presente, coscienti che oggi la Fiat è nuovamente al centro di una sfida per la democrazia nei luoghi di lavoro e nel paese”.

I materiali, organizzati in grandi super serie cronologiche dagli anni Quaranta ad oggi, sono strutturati nelle partizioni inferiori di livello: ‘introduzione’, ‘ciclo produttivo’, ‘accordi’, ‘prestazioni di lavoro’, ‘ambiente di lavoro’, ‘analisi’, ‘materiali’, ‘foto e filmati’, ‘testimonianze’.

Allegati in file digitalizzato alla scheda documento, o con rimando ad un collegamento esterno soprattutto nel caso di filmati, i documenti selezionati e riprodotti provengono da fonti diverse non sempre segnalate.

Tante, ricche e varie per soggetto e contenuto sono le interviste (tra i testimoni privilegiati Giorgio Benvenuto, Bruno Manghi, Pietro Marcenaro, solo per citarne alcuni); bellissime le fotografie.

Dalla sconfitta della Fiom alle elezioni per le commissioni interne del 1955 all’autunno caldo, dagli scioperi del 1943 alla strategia della tensione, dalla vertenza del 1980 ed i 35 giorni alla fine della prima Repubblica, sostanzialmente dal 1940 ad oggi, i materiali certosinamente e pazientemente ricercati e riprodotti, raccontano da un punto di vista dichiarato e privilegiato, quello dei lavoratori, lo scontro sindacale e politico all’interno di una fabbrica le cui vicende hanno inciso profondamente sulla storia, anche - e forse soprattutto - sociale, del nostro paese.

Ilaria Romeo

lunedì 15 maggio 2017

ARCHIVIO STORICO CGIL NAZIONALE - MATERIALI A DISPOSIZIONE DELLE STRUTTURE



Ricordiamo che sono gratuitamente a disposizione di tutte le strutture interessate le mostre itineranti realizzate dall’Archivio:


1. Gli anni Sessanta, la CGIL, la costruzione della democrazia

In occasione del 109° compleanno della CGIL (2015), l’Archivio storico CGIL nazionale e gli archivi storici SPI e FLAI hanno organizzato la mostra Gli anni Sessanta, la CGIL, la costruzione della democrazia.
Si è scelto di organizzare l’esposizione in 21 pannelli in forex da 5 mm., formato cm. 70x100 per renderla itinerante e metterla a disposizione delle strutture che volessero avvalersene.
L’allestimento si snoda in quattro sezioni che attraverso fotografie e documenti permettano al visitatore di farsi coinvolgere in un percorso espositivo che offra a tutti elementi di conoscenza e riflessione.

SEZIONI:
1. 30 giugno - 8 luglio 1960: i dieci giorni che hanno cambiato il paese (7 pannelli)
2. Donne nella CGIL: diritti, libertà, dignità (4 pannelli)
3. Un lavoro senza fine, la Federazione italiana pensionati e la riforma del sistema previdenziale (3 pannelli)
4. Luci e ombre di fine decennio (6 pannelli)

La mostra è accompagnata dal catalogo Gli anni Sessanta, la CGIL, la costruzione della democrazia (Ediesse 2016), a cura di Ilaria Romeo (curatrice della mostra), con la prefazione di Susanna Camusso, Carla Cantone e Stefania Crogi.

2. Luciano Lama, il sindacalista che parlava al Paese

La mostra Luciano Lama, il sindacalista che parlava al Paese, a cura di Giancarlo Pelucchi e Ilaria Romeo, fortemente voluta dalla CGIL nazionale e realizzata da quest’ultima assieme al suo Archivio storico, alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e alla Associazione Luciano Lama, con la preziosa collaborazione dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD), rappresenta di fatto una biografia per documenti ed immagini dal forte impatto visivo, capaci di far rivivere i principali snodi della storia di Luciano Lama e della CGIL nell’Italia repubblicana e nell’Europa del secondo dopoguerra.

Cinque sono i focus principali (Gli anni della formazione e la Resistenza; Da Forlì a Roma; La Segreteria generale; L’impegno istituzionale; Le passioni), declinati attraverso 19 pannelli 200*84 cm ed un volume 24*28 cm in carta patinata opaca (Luciano Lama. Il sindacalista che parlava al Paese, a cura di Ilaria Romeo, prefazione di Susanna Camusso, Ediesse 2016).

Info: i.romeo@cgil.it

Nelle Valli di Filo nessuno la dimentica



di Renata Viganò (da «L’Unità» del 18 maggio 1950)



C’è qualcuno che mi dice, guardando il ritratto della Maria: «Però ha un’aria triste. Forse se lo sentiva che doveva morire». Un discorso che mi fa rabbia, e rispondo come devo rispondere. Perché doveva sentirsi di morire, la Maria che aveva trentaquattro anni e stava bene di salute? Io la conoscevo, aveva sì, un viso bruno e triste, ma era così di temperamento, bruna taciturna e tranquilla, e la tristezza le veniva dalla morte del marito, di cui non si poteva consolare.
Quando io dico: «Vado al mio paese» m’intendo di dire Filo d’Argenta, anzi il Mulino di Filo, un villaggio ai margini della bonifica. Ma non è il mio paese, fino al gennaio del ‘45 non sapevo neanche che esistesse, però ci sono stata da partigiana gli ultimi mesi della Resistenza e poi in prima linea quando ci fu l’offensiva; là fui nell’ora della Liberazione, là ci ho quasi lasciato la pelle, e ho tremato per paura che ci lasciassero la pelle mio marito ed il mio bambino. Ho vissuto i primi giorni belli dopo la fine della guerra, credevo proprio che la guerra fosse finita (e non era vero) e quello è diventato il mio paese.
Mulino di Filo, frazione di Argenta, è il paese di Maria Margotti.
Quando seppi che a Molinella era stata assassinata con una raffica di mitra una donna, una bracciante di Mulino di Filo che si chiamava Maria Margotti - tutte le donne del Mulino le conosco - subito non ho capito chi era; là non ci si chiama con il nome e cognome, tutti hanno un soprannome, quasi un nome di battaglia per la vita, come noi da partigiani per la lotta clandestina; Maria Margotti per me era la Maria del figlio di Battista, e soltanto quando ho visto il suo viso nei giornali, l’ho riconosciuta.
L’ho riconosciuta ricordando la sua casa, una casa povera in un gruppetto di altre, al principio della Fossetta, e ci passavo per andare al villaggio, sulla strada maestra, dove c’è l’osteria, il tabaccaio, la cooperativa di consumo, qualche altra bottega, poche case e nient’altro: il Mulino di Filo è una piccola frazione.
Quando passavo, la Maria mi salutava, ci salutavamo tutte, io e le donne del villaggio; eravamo state insieme sotto le bombe, eravamo state insieme a dormire fra la paglia nelle stalle, ad ascoltare «Pippo» che non era mai stanco di tirare giù bombe e spezzoni; poi eravamo state insieme ai funerali dei caduti, sui camion per i primi comizi sotto il riflesso delle bandiere rosse, sotto il cielo placato e chiaro dopo la liberazione, senza più le lame dei riflettori che segnavano il fronte di Alfonsine, né i bengala che un aereo alto e silenzioso ci mandava negli occhi all’improvviso, né il ronzio dei caccia bombardieri che poi sganciavano senza neppure sapere che cosa volessero colpire.
La Maria mi salutava dalla sua porta, vicina a quella di Renato il calzolaio che mi fece le prime scarpe dopo che avevo camminato per tanto tempo nel fango con un paio di calosce rotte, in faccia a quella della Gigina che mi lavò l’unico vestito, e della Iolanda che curai di una bruciatura. Mi salutava col suo viso quasi infantile sotto i capelli lisci, sempre vestita di nero delle vedove. Ci salutavamo con tutte le donne, quando dalla Val Bruciata venivo al Mulino per la Fossetta.
Quel giorno che andò a Molinella si mise un fazzoletto bianco per il sole. Morì così, col fazzoletto bianco da mondina.
Eppure la più felice è stata lei, che non si è accorta di morire. Con una pallottola che rompe gli organi necessari per vivere non ci si accorge di morire. E’ come un urto che fa cadere in terra. Tanto, in terra, ci si butta per istinto quando si sente sparare. Solo che dopo, gli altri si rialzarono, e Maria Margotti rimase lì con la faccia contro l’argine. La più felice è stata lei, che non ha visto, quel carabiniere - e adesso sappiamo il suo nome - non ha visto quel figlio di povera madre che per pochi soldi dei suoi padroni ha sparato a freddo contro una madre come sua madre. Quello doveva essere dall’altra parte, un ragazzo come gli altri, con la bicicletta fracassata e la testa piena di parole amare, a difendere le cose sue, le cose dei poveri, e invece era sulla strada in motocicletta, con una divisa frusta, il numero come un forzato, e dava retta ai padroni spaventati che gli dicevano : «Spara, spara senza pietà».
I compagni dissero, dopo la raffica: «Su alzati, Maria. Andiamo a casa». Lei rimase immobile, distesa, ed essi la rivoltarono, e le videro il sangue, che vuol dire morte; e alla morte non credevano.
Ci credettero dopo, quando fra le loro braccia Maria restò ferma e sorda, e le voci spaurite cominciarono a chiamare forte, inutilmente : «Maria, Maria». E ci credettero più tardi, quando lei fu su una tavola di legno tra i fiori nell’ospedale di Molinella, e le sue bambine, venute da Filo, sbalordite e tremanti, si buttarono su quella tavola e chiamarono: «Mamma, mamma» - e non rispose più nessuno.
Adesso, ed è già passato del tempo, Maria Margotti è morta, è morta come poteva morire qualsiasi altra delle donne del Mulino di Filo, perché sono tutte braccianti e compagne, e allo sciopero tutte aderiscono, è morta come poteva aderire la Terzilla e l’Elsa e la Gigina e la Paola, come poteva morire la Tisa che era vicina a lei quando il carabiniere sparò, e che ha avuto un figlio di diciotto anni fucilato per rappresaglia dai tedeschi insieme ad altri nove, la terribile legge tedesca del «dieci per uno». Tutte potevano morire le donne del Mulino; è stata scelta la Maria Margotti, vedova con due bambine, la Pina e la Berta, vedova del figlio di Battista, ed è diventata un simbolo, una bandiera, la prima bracciante caduta nello sciopero bracciantile della primavera del 1949, un nome, una figura che esce dai nostri piccoli ricordi di compagni per entrare nel rosso elenco dei caduti per l’umanità, per la gioia, il lavoro, il pane dell’umanità.
Al Mulino di Filo, negli ultimi mesi della Resistenza i tedeschi non scantonavano dalla strada maestra. Giù verso la Fossetta, verso il gruppo di case dove abitava Maria Margotti, i tedeschi non venivano. Avevano paura dei partigiani. Non parliamo dei fascisti che erano spariti, fuggiti, dopo quell’ultima impresa di aver dato ai tedeschi i dieci nomi per la rappresaglia. In ogni casa dalla Fossetta in poi, fin nella bonifica allagata, c’erano partigiani, staffette, infermiere, quelle che facevano il pane, quelle che facevano le calze e le maglie. Praticamente la zona era controllata dai partigiani.
E anche la Maria Margotti era fra quelle donne, lavorava per i partigiani, faceva qualche cosa per la Resistenza. Ebbene mi piacerebbe sapere dove era in quei giorni il carabiniere che le ha sparato e l’ha ammazzata puntando verso di lei, verso tutto il popolo inerme la canna del mitra bucato come un flauto. Può darsi che fosse a Salò, o se non a Salò in una succursale della repubblichetta, pronto agli ordini di quel branco di pazzi criminali che erano i suoi padroni, e se non c’era lui, c’era qualcuno di quelli che adesso lo comandano; e c’era poi un altro branco di padroni, allora nascosto in cantina, che sono poi saltati fuori quando non c’era più pericolo a governare in nome di Cristo. Questi ultimi, un tempo, hanno fatto la voce grossa all’estero, si sono vestiti coi colori della Resistenza, si sono fatti proprio grandi di quello che avevano compiuto tutte le piccole Maria Margotti d’Italia, e i fratelli, i figli, i mariti di tutte le Marie Margotti. E adesso dicono a quelli che allora erano o nella repubblica di Salò o nascosti con loro in cantina: «Sparate, sparate, questa gente ormai non ci serve più. Anzi, ci annoia, ed è pericolosa con quel suo domandare lavoro e pane».
Mi piacerebbe anche sapere che cosa ne pensano quei signori ufficiali aviatori americani - e ce ne sono stati tanti - che ebbero l’aereo colpito nel cielo del Mulino di Filo dalla contraerea tedesca della Bastia. Venivano giù col paracadute, e noi, donne, compresa la Maria Margotti, correvamo nella loro direzione con tute e giacche e scarpe; erano ben felici di levarsi le belle divise di cuoio, panno e pelo, e indossare i nostri poveri indumenti contadini, e trovare i partigiani che gli facevano passare la linea e raggiungere le loro formazioni, evitando la prigionia tedesca, la fame di Mauthausen ecc. Mi piacerebbe sapere come avrebbero fatto a salvarsi, se non ci fossero state le Marie Margotti e i partigiani, se tutti in Italia fossero stati come la brigata nera di Salò o come i padroni di oggi allora nascosti in cantina. Ma i signori ufficiali anglo-americani fuggiti dai campi di concentramento italiani e alloggiati allora intorno ai nostri fuochi, scaldati nei loro letti, non si ricordano più di niente, mettono tutto in conto gli episodi di guerra, belle storie eroiche da narrare nelle halls di Londra e di Washington; e applaudono al piano Marshall, al piano Erp, al Patto Atlantico, a tutti i piani e patti che oggi i padroni italiani accettano con gratitudine in nome di Cristo per armare mani di italiani e comandarli di sparare, di sparare senza pietà, contro la Maria Margotti del Mulino di Filo, contro i braccianti di Brescia, di Persiceto, di Crevalcore, di Malborghetto, contro tutte le vere donne ed i veri uomini d’Italia.


giovedì 11 maggio 2017

L’Archivio storico CGIL nazionale dalla carta al web


di Ilaria Romeo
responsabile Archivio storico CGIL nazionale


La Biblioteca nazionale della CGIL nasce nel 1968 nel Centro studi e formazione sindacale di Ariccia[1].

Tra il 1970 e il 1975 la Segreteria confederale definisce le caratteristiche e le funzioni specifiche della struttura[2], affrontando i problemi della catalogazione, della schedatura e della meccanizzazione della Biblioteca e della emeroteca, impiantate artigianalmente nel 1968-1969 dai sindacalisti del centro di formazione e  portando a termine la costruzione di un primo embrione di soggettario sindacale[3].

Nel 1977[4] lo slancio dell’attività formativa, il bisogno generalizzato di strumenti più adeguati di conoscenza e di informazione[5], la costituzione di scuole regionali di formazione, portano alcune Camere del lavoro ad aderire al progetto di una rete integrata di archivi della CGIL elaborato dalla Biblioteca[6].

Nell’arco di pochi anni strutture permanenti di documentazione sono costituite a livello provinciale, regionale e in alcune categorie nazionali[7], fino al Congresso del 1981 che nello Statuto confederale inserisce un articolo che vincola tutte le strutture alla conservazione ed all’ordinamento dei propri archivi storici e correnti (art. 4, comma i)[8].

La costituzione dell’Ires nazionale[9] contribuisce notevolmente a determinare, nel 1979, il trasferimento, già prospettato da tempo, della Biblioteca a Roma[10], in Via Sardegna.

Lo Statuto della Biblioteca[11], definito nello stesso anno, riconferma gli orientamenti stabiliti nel 1975, affidando alla Biblioteca anche la responsabilità dell’Archivio storico della CGIL, la formazione dell’Archivio corrente[12] e delle attività di documentazione per l’Istituto di ricerche economiche e sociali.

Nel 1980 è costituito, come da Statuto, il Comitato scientifico[13].

Nello stesso anno l’Archivio riceve dalla Sovrintendenza archivistica per il Lazio[14] la dichiarazione di notevole interesse storico. Riceve una integrazione alla dichiarazione di notevole interesse nel 1998 ed un’ulteriore ed ultima integrazione nel 2011.

Formatosi a partire dagli anni immediatamente successivi alla ricostituzione della CGIL unitaria, l’Archivio storico della Confederazione generale italiana del lavoro raccoglie materiali dal 1944 la cui consistenza ammonta a circa 10.000 buste per 1 km lineare.

Organizzato in sei serie principali, a loro volta suddivise in ulteriori partizioni[15] (Congressi confederali, Verbali degli organi statutari[16], Atti e corrispondenza della Segreteria generale, Circolari, Uffici confederali, Convegni, conferenze, seminari), l’Archivio confederale è arricchito dai fondi personali dei segretari generali e generali aggiunti della struttura fino alla Segreteria Trentin.
Completano il corpus documentario piccoli fondi di federazioni e sindacati di categoria, anche fascisti[17].

Sono disponibili in file digitalizzato allegato alla scheda documento tutti i verbali degli organi statutari (1944-1986) e tutte le circolari (1944-1986)[18].

L’Archivio ospita al proprio interno una importante sezione fotografica[19] (GUARDA I NOSTRI VIDEO).

La struttura del materiale conferma le caratteristiche tipiche degli archivi sindacali che sono da una parte quella di riflettere l’articolazione interna delle strutture, la loro evoluzione e le articolazioni delle attività, dall’altra quella di attestare il bisogno di documentazione dei funzionari nello svolgimento del proprio lavoro.

Il materiale conservato comprende in particolare i verbali delle riunioni, i documenti di base preparati per la discussione dei punti all’ordine del giorno delle stesse, le relazioni, gli studi, le ricerche e i documenti elaborati dalla struttura su tematiche specifiche, i testi degli accordi interconfederali e i contratti collettivi nazionali di lavoro, le proposte e gli interventi in sede di formazione delle leggi, i censimenti e le statistiche dei quadri dell’organizzazione, le circolari, gli appunti informativi, la documentazione relativa alle cariche sociali e ancora corrispondenza, note, comunicati stampa, comunicazioni, promemoria e resoconti vari.

Non è difficile trovare all’interno dell’Archivio materiale non strettamente sindacale: siano pubblicazioni o ritagli di esse, documenti di partiti o materiale relativo a campagne di solidarietà o eventi di particolare gravità.

A volte poi capita di imbattersi in documenti quanto meno bizzarri, curiosi, senza dubbio particolari.

Avere una visibilità web non è oggi soltanto importante, è fondamentale. La comunicazione moderna sta infatti gradualmente abbandonando i canali classici cui siamo ormai abituati per rivolgersi sempre di più a coloro che utilizzano la rete. In questa prospettiva negli ultimi anni l’Archivio storico della CGIL e la sua Biblioteca hanno lavorato per rendere consultabili on line i propri materiali, conseguendo risultati importanti dei quali l’adesione ad Europeana[20] costituisce solo una parte[21]

Anticipato e in costante relazione con la più antica ed omonima pagina Facebook, il blog dell’Archivio, La Cgil nel novecento, nasce nel 2014 con la  volontà di far emergere un’altra storia della CGIL, che non è soltanto quella dei gruppi dirigenti, dei leader, delle grandi lotte e degli appuntamenti decisivi, dei documenti ufficiali, dei congressi e dei direttivi; ma è anche e soprattutto una storia dal “basso”, fatta di gente comune ed esperienze straordinarie, vissute nei territori e nei luoghi di lavoro. 

Esperienze straordinarie che l’Archivio racconta anche attraverso le proprie mostre itineranti tra le quali segnaliamo, più recenti, Gli anni Sessanta, la CGIL, la costruzione della democrazia e Luciano Lama, il sindacalista che parlava al Paese.









[1]  Una primo embrione di Biblioteca è già presente presso la Scuola sindacale centrale Giuseppe Di Vittorio di Grottaferrata. Si veda: Inventario della Biblioteca, in ASCGIL nazionale, Ufficio amministrazione, b. 83, fasc. 61; Elenco delle nuove accessioni nella biblioteca Cgil relative al biennio 1964-1965, in ASCGIL nazionale, Atti e corrispondenza 1965, b. 13, fasc. 120 e «Bollettino bibliografico della Biblioteca Cgil», a. II, n. 1-2, gen.-feb. 1966, in ASCGIL nazionale, Atti e corrispondenza 1966, b. 13, fasc. 132.
[2] Proposta di Garavini di realizzare un archivio - documentazione in Cgil, in ASCGIL nazionale, Verbali di Segreteria, 25 novembre 1975.
[3] Bruna Colarossi, Nota sui vari settori di attività della Biblioteca, Ariccia, 8 luglio 1974, in ASCGIL nazionale, Fondo Piero Boni (Istituzionale), fasc. 66; Sintesi dell’attività a tutto agosto 1975 e dei criteri per la soggettazione, in ASCGIL nazionale, Ufficio organizzazione, b. 1, fasc. 2.
[4] Relazione sull’attività della Biblioteca Cgil nel 1977, ASCGIL nazionale, Ufficio organizzazione, b. 1, fasc. 2.
[5] La memoria dell’organizzazione di Claudio Pontacolone, in «Rassegna Sindacale», n. 32, 1976, p. 21.
[6] Progetti per la costituzione di un sistema integrato di centri di documentazione, in ASCGIL nazionale, Ufficio organizzazione, b. 1, fasc. 2. Si veda anche Guida ai centri di documentazione del sindacato. Impianto e utilizzazioni, Roma, Esi 1977.
[7] La memoria del sindacato. Guida agli archivi della Cgil, a cura di Bruna Colarossi e Teresa Corridori, Roma, Esi 1981.
[8] “La Cgil e le organizzazioni confederali nell’ambito delle rispettive competenze e sempre praticando e organizzando la partecipazione dei lavoratori si propongono di realizzare i propri scopi: […] i) costituendo ai vari livelli centri di documentazione, archivi e biblioteche, che siano memoria storica e strumento continuo di conoscenza e di elaborazione del movimento sindacale”, Statuto della Cgil approvato dal X Congresso nazionale, Roma, 16-21 novembre 1981, Esi, 1982, pp. 8-10.
[9] L’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) è un’associazione no profit, fondata dalla Cgil nel 1979, su iniziativa di dirigenti autorevoli quali Bruno Trentin, Giuliano Amato, Vittorio Foa. Le attività dell’Istituto consistono essenzialmente nella promozione, progettazione e realizzazione di studi e ricerche sul lavoro e i suoi cambiamenti. Nella primavera del  2013 l’Associazione Bruno Trentin, l’Isf (Istituto superiore di formazione) e l’Ires, si sono uniti per dar vita ad un unico centro di iniziativa sindacale, di ricerca e formazione. Dal primo settembre 2015 si è completata la costituzione della Nuova Fondazione Giuseppe Di Vittorio come unico istituto nazionale della CGIL per la ricerca storica, economica, sociale e della formazione sindacale, frutto della progressiva unificazione di tutti i precedenti enti della Confederazione: Associazione Bruno Trentin, IRES, ISF e SMILE.
[10] Circolare confederale n. 3512 del 21 febbraio 1980. Si veda anche Dal centro di Ariccia al centro di Roma, di Bruna Colarossi e Teresa Corridori, in «Rassegna Sindacale», n. 13, 1980, pp. 43-44. L’Archivio e la Biblioteca saranno trasferiti nel 1988 in Via di Santa Teresa, per approdare definitivamente in via dei Frentani nel 1995 (la sede sarà ufficialmente inaugurata nel 1998).
[11] ASCGIL nazionale, Ufficio organizzazione, b. 2, fasc. 7.
[12] L'organizzazione della documentazione confederale, proposta della Biblioteca Cgil, 21 ottobre 1980, in ASCGIL nazionale, Atti e corrispondenza 1981, b. 1, fasc. 1.
[13] La prima riunione del Comitato scientifico è del 9 maggio 1980. Risulta così composto: Aris Accornero, Giuliano Amato, Gaetano Arfè, Franco Bonelli, Bruna Colarossi, Teresa Corridori, Ottaviano Del Turco, Angelo Di Gioia, Claudio Pavone, Giuliano Procacci, Bruno Roscani, Rinaldo Scheda, Paolo Spriano, Furio Diaz, Donatella Turtura. In realtà la durata del Comitato scientifico sarà assai breve, limitandosi le riunioni agli anni 1980-1981, ASCGIL nazionale, Archivio dell’Archivio, Busta Biblioteca - Archivio Comitato scientifico.
[14] Dichiarazione a firma Elvira Gencarelli.
[15]Cfr. Ilaria Romeo, L’Archivio storico CGIL nazionale: storia, contenuto, struttura, in «Officina della storia», pubblicazione on line, 10 gennaio 2011. Si vedano anche Confederazione generale italiana del lavoro. Inventario dell’Archivio storico (1944-1957), I - II, a cura di Teresa Corridori, Susanna Oreffice, Cristiana Pipitone, Gianni Venditti, Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione generale per gli archivi, Roma 2002; Confederazione generale italiana del lavoro. Inventario dell'Archivio storico (1958-1969), a cura di Teresa Corridori, Gianni Venditti, Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione generale per gli archivi, Roma 2008; Confederazione generale italiana del lavoro. Inventario dell'Archivio storico (1970-1986), a cura di Teresa Corridori, Ilaria Romeo, Gianni Venditti, Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione generale per gli archivi, Roma 2011; I segretari della CGIL: da Luciano Lama a Bruno Trentin, a cura di Ilaria Romeo, Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma 2013 e Ilaria Romeo, Confederazione Generale Italiana del Lavoro. La segreteria di Luciano Lama tra documenti d’archivio e percorsi di ricerca (1970-1986), in «Officina della storia», rivista on line, 7 febbraio 2012.
[16] Verbali del Comitato direttivo, 1944-1986, u.a. 187; del Comitato esecutivo, 1947-1986, u.a. 97; del Consiglio nazionale, 1948-1957, u.a. 2; del Consiglio direttivo, 1960-1962, u.a. 2; del Consiglio generale, 1965-1986, u.a. 21 e della Segreteria, 1944-1986, u.a. 700. Le singole unità documentarie sono organizzate in serie annuali e schedate analiticamente rilevando ordini del giorno, presenti, eventuali documenti allegati.
[17] Ilaria Romeo, L’archivio e la biblioteca delle disciolte organizzazioni sindacali fasciste di industria, commercio, agricoltura,  «Rassegna degli Archivi di Stato», X, 1-2-3, gen. - dic. 2014.
[18] http://storialavoro.wordpress.com/tag/cgil/
[19]Ilaria Romeo, On line l’Archivio fotografico della Cgil nazionale, in «Il mondo degli archivi», pubblicazione on line, 4 settembre 2013; si veda anche Ilaria Romeo, L’Archivio fotografico CGIL nazionale: contenuto, struttura, consultabilità, in «Officina della storia», pubblicazione on line, 20 dicembre 2013 e Disponibile on line l’Archivio fotografico della CGIL, in http://storialavoro.wordpress.com/tag/cgil/.
[20]Una lettura degli archivi in senso orizzontale, con la possibilità di creare metacollezioni di consultazione e di lavoro per superare la frantumazione e la dispersione della documentazione sulla storia del Novecento: è questa la spinta all’adesione da parte dell’Archivio storico CGIL nazionale ad Europeana, biblioteca digitale che riunisce contributi da diverse istituzioni dei 28 paesi membri dell’Unione europea in 30 lingue.
Un’iniziativa per garantire l’accesso a contenuti digitali eterogenei: libri, film, dipinti, giornali, archivi sonori, mappe, manoscritti, archivi cartacei e fotografici.
Non una semplice pubblicazione di inventari informatizzati, ma un sistema informativo articolato, on line dal 2009, che punta alla valorizzazione di archivi pubblici e privati (prodotti e conservati da istituti culturali, imprese, banche, sindacati, associazioni, comunità religiose, singoli intellettuali o politici) attraverso l’adozione di criteri uniformi e metodologie comuni.
Un primo passo verso il superamento concettuale di una visione ‘chiusa’ dell’archivio concepito, nell’ottica dello sviluppo della rete, non più come insieme statico e autoreferenziale, ma nel suo rapporto dinamico con archivi complementari.
[21]L’inventario dell’Archivio storico è consultabile on line fino al 1986, è a disposizione degli utenti l’Archivio fotografico della Confederazione pressoché nella sua interezza, il catalogo della Biblioteca è consultabile in SBN, su ACNP è a disposizione degli utenti il catalogo dei periodici posseduti. Dal 2010 l’Archivio storico CGIL nazionale aderisce ad Archivionline, progetto promosso nel 2003 dal Senato della Repubblica con l’obiettivo di creare un archivio unico virtuale del patrimonio documentale di personalità politiche, partiti, gruppi parlamentari e associazioni sindacali conservato presso l’Archivio storico del Senato e presso istituti e fondazioni. L’inventario dell’Archivio è anche consultabile anche attraverso SIUSA e SAN (schede in prospettiva di aggiornamento). Cfr. Ilaria Romeo, L’Archivio storico CGIL nazionale da ieri a domani, in «Sindacalismo», n. 24, ottobre 2013.


martedì 9 maggio 2017

Il sequestro Moro sulle colonne de «l’Unità»



di Francesco Palaia e Ilaria Romeo


L’11 marzo 1978 viene costituito il cosiddetto governo della non sfiducia, il primo esecutivo che si avvale dei voti del Pci. La mattina del 16 marzo le due Camere vengono convocate per discutere e votare la fiducia. Quella mattina in via Fani, a Roma, un commando delle Br rapisce Aldo Moro, presidente della Dc e principale sostenitore dell’intesa e uccide i cinque uomini della sua scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. 

La Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil proclama lo sciopero generale e migliaia di lavoratori, studenti e cittadini si riversano nelle piazze delle grandi città: a Torino in piazza San Carlo, a Milano in piazza Duomo, a Roma in piazza San Giovanni. La risposta al terrorismo è corale. Le imponenti manifestazioni popolari fotografano un afflato emotivo nazionale che «l’Unità» coglie e restituisce nel lungo editoriale del 17 marzo: “Se i criminali che hanno ideato e attuato il tragico agguato calcolavano di impaurire e dividere gli italiani, di creare uno stato di smarrimento e di confusione, così da scavare un solco tra le masse e le istituzioni democratiche, ebbene si sono sbagliati. Ciò che è accaduto ieri, subito dopo il rapimento di Aldo Moro e l’efferato massacro della sua scorta, è qualcosa che emoziona. L’Italia è davvero un paese straordinario («l’Unità», 17 marzo 1978).

Il 19 marzo su tutti i principali quotidiani campeggia la foto di Aldo Moro prigioniero e l’annuncio che le Br intendono processarlo; «l’Unità» apre con un titolo eloquente, Un uomo torturato:  “L’animo con cui siamo costretti a pubblicare la foto di Moro nelle mani dei suoi carcerieri è molto triste. Lo facciamo con il ribrezzo di tocca un documento maneggiato da assassini di mestiere. […] costoro non attentano solo alle pubbliche libertà, ma a ciò che l’uomo ha di più suo: la dignità” («l’Unità», 19 marzo 1978). 

Nello stesso numero Enrico Berlinguer, segretario del Pci, interviene con un lungo editoriale per ribadire la linea del partito di unità e rigore: “E’ giunto il momento di scegliere da che parte si sta. Noi la scelta l’abbiamo fatta. Essa è scritta nella nostra storia. Il regime democratico e la Costituzione italiana sono conquiste irrinunciabili del movimento operaio. Ma c’è molto da cambiare nella società e nello Stato, guai ad allentare la difesa delle conquiste realizzate e delle istituzioni repubblicane. Non c’è oggi compito più urgente e più concretamente rivoluzionario che quello di fare terra bruciata attorno agli eversori («l’Unità», 19 marzo 1978).

Il 1° aprile Emanuele Macaluso replica a Rossana Rossanda che sulle colonne de «il manifesto» aveva parlato di “album di famiglia”: “Io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c’è la fotografia di Togliatti; né ci sono le immagini di milioni di lavoratori e di comunisti che hanno vissuto le lotte, i travagli e anche le contraddizioni di  quegli anni. […] anche negli anni in cui il nostro partito praticò il cosiddetto  culto di Stalin seppe sempre elaborare una strategia e attuare una politica che  ha avuto come asse portante lo sviluppo della democrazia e la costruzione di  uno Stato segnato da quei tratti che abbiamo contribuito a definire nella Costituzione” («l’Unità», 1° aprile 1978). 

La linea della fermezza e la contrarietà alla trattativa viene ribadita dal Pci il 28 aprile e illustrata in un editoriale in cui si legge: “Quando diciamo nessuna concessione intendiamo dire no a qualsiasi atto che significhi entrare in un qualsiasi rapporto contrattuale con le Br. Tale sarebbe anche un cosiddetto patteggiamento muto fra Stato e Br, cioè uno scambio di prigionieri da compiere tramite gesti cosiddetti autonomi, in realtà calcolati nell’illusione di ottenere una contropartita” («l’Unità», 28 aprile 1978). 

Analoga posizione viene espressa qualche giorno dopo da Sandro Pertini, che, rompendo un lungo silenzio, dichiara: “Trattare significherebbe dare a questi criminali una legittimità morale e politica, e le forze dell’ordine si sentirebbero autorizzate ad alzare le mani e a non più resistere: significherebbe offendere la memoria dei molti poliziotti, carabinieri e cittadini spietatamente assassinati dalle Brigate rosse («l’Unità», 4 maggio 1978).

 Il 9 maggio le Br uccidono Aldo Moro e fanno ritrovare il suo cadavere  in via Caetani, all’interno di una Renault rossa.

I 55 giorni iniziati  in via Fani e terminati a un passo dalle sedi della Dc e del Pci sono un  trauma drammatico nella storia del paese.

La reazione popolare è immediata: scioperi e manifestazioni si susseguono nelle principali città italiane e nelle grandi fabbriche. 

La Direzione del Pci, riunitasi appena si diffonde la notizia,  stende un breve comunicato per indicare la risposta da dare ai terroristi: “I comunisti inchinano le loro bandiere alla memoria di Aldo Moro. In questo  momento drammatico per il paese, i lavoratori, le masse popolari, i partiti  democratici, rinsaldino la loro unità in difesa della Repubblica e delle  istituzioni. […] nessuno può sentirsi estraneo a questo impegno democratico e  civile. La lotta non sarà breve né facile. […] il Pci chiama tutti i compagni e  tutte le organizzazioni del Partito alla vigilanza contro ogni tentativo eversivo ed ad estendere i più saldi legami con tutte le forze democratiche e  antifasciste. I comunisti saranno come sempre in prima fila nella lotta per la difesa, il rafforzamento, il rinnovamento della Repubblica («l’Unità», 10 maggio 1978).

Nelle grandi fabbriche gli operai decidono di sospendere autonomamente il  lavoro per due ore, mentre per il giorno dopo la Federazione unitaria Cgil Cisl-Uil e la Flm proclamano lo sciopero generale, il blocco immediato delle  aziende e il presidio per tutta la notte delle fabbriche fino alla ripresa del  lavoro l’indomani mattina. 

A Roma i sindacati convocano una prima  manifestazione per il pomeriggio del 9 maggio alla quale partecipano Lama, Macario e Benvenuto. Nella nota della Federazione unitaria si legge: “La Federazione unitaria rivolge un appello ai lavoratori perché in questo  momento così grave per il paese rafforzino la mobilitazione e la lotta contro il  terrorismo e si pongano nei luoghi di lavoro e nella società civile a fermo presidio delle istituzioni democratiche” («l’Unità», 10 maggio 1978). 

Uscendo dalla sede della Federazione unitaria di via Sicilia a Roma Luciano Lama ribadisce la volontà di collaborare con le forze dell’ordine nella lotta al  terrorismo: “Abbiamo la responsabilità di portare l’Italia fuori da questa situazione. Il  compito principale è isolare gli assassini. […] occorre organizzare le forze,  tutte le forze disponibili per difendere la democrazia. Le grandi masse non possono assistere disarmate o piangenti, perché anche piangere non basta («l’Unità», 10 maggio 1978). 

venerdì 28 aprile 2017

Di Vittorio, il segretario che si prese cura del ragazzo orfano

Il primo maggio 1947, nei pressi della Piana degli Albanesi, vicino Palermo, durante la Festa del lavoro, gli uomini della banda di Salvatore Giuliano sparano sulla folla uccidendo 11 persone e ferendone molte di più (i dati variano da 30 a 60).
Margherita Clesceri di 47 anni, madre di sei figli e incinta, muore sul colpo. 
Anni dopo, a partire dal dicembre 1954, tra Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL e Giorgio Moschetto, “figlio della compagna Clesceri Margherita, caduta (e non semplicemente morta!) a Portella della Ginestra” si tiene un fitto scambio di corrispondenza.
Le lettere,conservate presso l’Archivio storico CGIL nazionale e consultabili nella loro interezza all’interno del volume Caro papà Di Vittorio. Lettere al segretario della CGIL (a cura di Myriam Bergamaschi, Guerini e associati, 2008), ci svelano la personalità dell’uomo Di Vittorio, restituendoci l’immagine di un Segretario umano e raggiungibile, che si preoccupa, con solidarietà e solerzia, di un ragazzo rimasto orfano di madre troppo presto. 
Di fronte alle intemperanze ed alle critiche rivolte alla qualità della scuola frequentata sollevate dal giovane, Di Vittorio non nasconde il suo dispiacere, ma cerca di capirne le ragioni, proponendo un aiuto concreto: “Caro Giorgio - risponderà il 19 gennaio 1955 il segretario ad una lettera di lamentele ricevuta dal Moschetto poco meno di un mese prima - la tua lettera del 17 dicembre mi ha portato la tua amarezza e mi ha procurato non poco dispiacere. Non credo che tu abbia il diritto di esprimerti nei termini adoperati nei confronti dei dirigenti il Villaggio Sandro Cagnola che, a spese della CGIL, ti hanno educato e hanno provveduto al tuo sostentamento da quando è morta tua madre. Devi renderti conto che il Villaggio Sandro Cagnola è un ente a carattere educativo e non un ufficio di collocamento. Le difficoltà obiettive per la sistemazione di un giovane della tua età, senza libretto di lavoro e senza residenza nella città di Milano, rendono problematica la tua sistemazione. Ciò non toglie che non si debba e non si possa fare tutto il necessario perche la tua aspirazione di trovare un lavoro nella capitale lombarda possa essere soddisfatta”.
Il segretario generale della CGIL si assume pienamente e personalmente la responsabilità di questo come di altri ragazzi, scrivendo anche al padre, per informarlo dei suoi esiti scolastici (due volte l’anno la direzione della scuola informava direttamente il segretario della CGIL sull’andamento scolastico, sui risultati e sul comportamento degli ospiti inviati dalla Confederazione) e chiedendo a Mario Montagnana, segretario della Camera del lavoro di Milano di interessarsi alla vicenda del giovane. 
Confidando nel segretario, Rosario Moschetto, gli risponde: “Caro compagno Di Vittorio, in riferimento della tua lettera spedita il 29 ottobre 1954 che riguarda la situazione di mio figlio Giorgio Moschetto, in quanto mi fai presente sull’esito degli esami, già a te dati comunicazione, non puoi immaginare la mia soddisfazione ricevuta da tue notizie. Caro compagno come spiega la tua indimenticabile lettera son contento a tutto ciò che tu fai. Per tanto lascio a te di fare tutto ciò che è necessario di mio figlio Giorgio riguardando il lavoro e il tuo pensiero che il tuo interesse e generale. Ora termino di scrivere con la penna ma il mio pensiero rivolto a te compagno Di Vittorio inviandoti i più fraterni saluti a te e ai compagni. In attesa della tua azione mi scusi tanto se non so ben spiegare in qualche parola. Sono per sempre il caro compagno Moschetto Rosario. Ricevi i più can saluti dal compagno Michele Sala”.
Emerge da questa corrispondenza una grande e forse per certi versi singolare umanità, che si palesa in una straordinaria freschezza e sincerità di rapporti tra il centro e la periferia, il vertice e la base.
Per le testimonianze che contengono, per le dimostrazioni che offrono, i materiali descritti costituiscono le tessere di un mosaico che ci consente di disegnare un ritratto a tutto tondo di ciò che Di Vittorio è stato nel corso della sua vita, gettando qualche nuovo fascio di luce su questioni remote di cui è stato attore e, splendidamente umano, protagonista.

Ilaria Romeo, «l'Unità», 28 aprile  2017, p. 3

Per la democrazia, contro il fascismo

di Ilaria Romeo Responsabile Archivio storico CGIL nazionale Il 28 maggio 1974 a Brescia, durante una manifestazione unitaria del sind...